— Ne avrò molto piacere.
— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.
— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?
— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una qualunque, la prima che mi venga in mente.
— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.
Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di precipitare nel vuoto.
Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile, ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.
Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto, e continuava a dormire profondamente.
Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.
Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che, com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.