— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e candido piacere di picchiarsi.

Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di servirsi della propria dicendo:

— Capirà....

Il mio Dàimone l'interruppe:

— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego, quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.

— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò quello che aveva la licenza tecnica.

— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni, cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e alla Storia.

Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo conciliante, disse:

— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato io.

— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.