Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite, baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra estranei. L'altro no.
L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po' grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse.
Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli, quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza.
Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito domandandomi:
— Ha visto l'ultima opera di Puccini?
— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima.
Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la nostra ospite, la fanciulla volonterosa che m'aveva raccomandato di attaccarmi al pescecane.
Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.
Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera, ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò:
— A che cosa pensate?