— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora ricevuto il burro della tessera.
Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.
— Vi piace? — mi domandò Giovanna.
— Non so, non m'intendo di pittura.
— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. — Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con l'applicarle un po' a caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le verranno delle idee critiche.
— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.
— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire: «che senso del colore c'è qui dentro!».
— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... — gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana.
Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano l'acquaforte, poi asserì:
— È un maiale con due maialini.