M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. Mi voltai. Ma non c'era nessuno che avesse l'aria di aver riso. Solo allora capii ch'era stato il Dàimone, di cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane filosofo già s'era avvolto in una sua complicata risposta:

— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie in lotta: c'è chi le chiama borghesia e proletariato, c'è chi le chiama energia rinnovatrice ed energia conservatrice. Questa lotta per lungo tempo è rimasta frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è semplificata e ingrandita. È una vasta battaglia tra due eserciti, che insieme assommano all'intera società. A ogni fenomeno storico che si produca o si riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di farsene uno strumento della lotta. Così è stato della guerra. Così è, ora, della pace. Il simile avverrà press'a poco delle nostre costruzioni. Noi pescicani, grossi e piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa stiamo accumulando laboriosamente? Delle enormi riserve di forze — danaro, lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: e un bel giorno, vicino o lontano non so, un bel giorno, o se ne impadroniranno le masse conservatrici per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state disfatte, le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria.

— Voi dunque non siete la espressione culminante della borghesia?

— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, ma l'energia che accantoniamo) siamo come una riserva neutra. Può darsi che il destino del pescecanismo, com'è stato già di far durare la guerra fino alla vittoria, sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di farla morire d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da questo dilemma. Ma nè il borghese nel primo caso, nè il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno certo un monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni lo erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo chi si dividerà le nostre spoglie: ma il nostro destino inevitabile è di essere spoglie.

— Spoglie opime — feci io.

— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri aiutanti disegnatori hanno avuto una certa ragione di raffigurarsi il pescecane (o cosidetto pescecane, come dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra. Ma, come lei vede, è un'allegoria.

— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei?

— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta che dica «noi pescicani»; e quello che lo dice, lo dice per simulazione di disinvoltura e per difesa personale. Il curioso è, che io stesso non ho capito se loro credono di essere immortali e costruire per l'eternità; o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della rondine quando gira col becco aperto pei cieli all'ora del tramonto.

— Anche questo tramonto è un'allegoria?

— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me, si rende conto del fenomeno, che gli serve? Ognuno è trascinato dal suo proprio spirito, ha detto Lucrezio. Lucrezio dice voluptas. È la stessa cosa. Lei scrive, e scriverà sempre....