La piattaforma del tranvai è la glandola pineale della vita moderna. Trovandomi io un giorno sulla piattaforma d'un tranvai di Milano, un individuo con barba grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò in volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse:

— Scusi, signore....

Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero pronunciare una frase tanto garbata. Mi rimisi dunque dalla prima impressione ch'era stata alquanto sgomenta.

— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso?

— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi poi sentendo non so qual dovere di giustificarmi — io non sono di Milano.

— Ah.

Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano l'animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve dell'arte nostra.

Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, mentre il tranvai continuava la sua rotolante corsa per le rette e le curve della Città Operosa.

Infatti l'uomo imminendomi ribadì:

— E se fosse di Milano?