Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre la carrozza sobbalzava sempre più con singhiozzanti nostalgie dei lastricati lontani.
Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me l'anima si andava fasciando di lenta malinconia: ma ecco, dopo un incerto vagare tra larve di strade d'ambiguo colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due o tre svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la luce si rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e riapparsi i romantici bar con le drogherie luridissime: risentii un saluto d'aure familiari, spuntarono al mobile orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi vetrate. Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, fino a che per pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi tornato presso al cuore del gran corpo di cui avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più lontani.
A questo punto, senza espresso superiore comando nè per altre cagioni apparenti, il cavallo a capo chino ristette, la carrozza sostò, e noi tutti con essa e dentro essa fummo fermi.
Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe conchiusa la sua contemplazione, e dalle quadrate estremità delle scarpe levò gli occhi ai due bottoni argentei ond'era insignito il dorso dell'auriga. Tutti tacevamo. Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi, candidamente così favellando:
— Avevi minga capii ben: che via l'à dit?
— Via Belloveso.
— Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan.
Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse:
— Lo sapevo, che non c'era.
— E allora, — arrischiai — perchè la cerca?