— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per questa parola. I milanesi — e indicò con la mano spiegata la schiena dell'auriga, la coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti — i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore, che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non c'è una via, una piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento, un vicolo, un portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome di Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago io o la paga lei?

— La paghi lei — proposi.

— Sì.

Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo a salutarlo egli era scomparso, magicamente scomparso davanti a me, o che il movimento della folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come sembrami più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto, definitivamente o provvisoriamente, nei cieli.

3. Via Belloveso.

Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi passi quella che avevo sempre veduta essere la piazza del Duomo, io trovai ora che non vi scorgevo più il Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo dei tranvai con i trolleys rigidi a scarrucolare verso il cielo; e nemmeno si stendevano più, ai lati di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè l'obliquo fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era occupato non da altro che da basse capanne, in mezzo a suono di ferrame, perchè tra le capanne s'aggiravano vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E bisognò qualche tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti che mi riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude accampamento dei Galli di Belloveso nel cuore civile e facondo della capitale morale.

L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva d'ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un Biturigio superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e gli eubagi riempirli d'uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento armato di scure. Di là, all'aspro odore di quella fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione delle anime d'una in altra forma mortale. Vidi anche sotto i miei sguardi la colonna di San Babila tumefarsi e coprirsi di corteccia rugosa e ramificando trasformarsi in quercia, e guerrieri braccati chiamavan quella quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani.

Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. Riconoscendone esattamente l'origine, pensai che il passante grigio apparsomi un giorno sulla piattaforma del tranvai fosse stato una incarnazione dell'Antico Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi dissi — quegli fu lo spirito stesso di Belloveso che nel mondo degli immortali non trova requie pensando all'immemore ingratitudine di venticinque secoli di posterità.

Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. In qual modo?

Forse un tempo, quand'ero immerso in classici studi, avrei pensato a scrivere su Belloveso una truculenta e compassata tragedia. Più tardi, poi che la vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e la vita pratica — avrei tentato di quetare lo spirito di Belloveso ed il mio con una serie di articoli agitanti la proposta di un monumento: tutti gli scultori e i procacciatori di Comitati sarebbero stati con me.