La fame di case, che già in quel tempo travagliava insopportabilmente la vita della città, avrebbe favorito in modo incredibile il mio còmpito.

Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e disegni e preventivi saranno opera dei competenti.

Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a chicchessia il mio pensiero, buttai giù un piano a grandissime linee, quanto occorreva a far intendere la mia idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero dovuto costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol cifre. E cifre siano. Bastano approssimative, per ora, tanto per dimostrare l'affare. — Ogni palazzo, calcolai, avrà duecentoventi metri d'altezza e centocinquanta di base: la via sarà di trentasei grattacieli, diciotto per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli mi sono sempre stati propizi. Una via dunque — con i brevi intervalli tra un palazzo e l'altro — lunga circa tre chilometri: rettilinea. Trentasei case, ognuna di cinquanta piani.

Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una spesa complessiva di circa cento milioni: quest'è il passivo.

E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna, fanno in tutto mille e ottocento piani. Suppongo che ogni piano darà sei appartamenti: in tutto sono diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto milioni all'anno di attivo: e perchè in queste materie bisogna andar cauti, invece di centootto diciamo pure soltanto cento milioni annui di entrata. È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno, dodici rapidi mesi di questa così fugace vita mortale, ripagheranno il capitale iniziale. E subito dopo la società, la mia società, ha un guadagno annuo di cento milioni.

Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse qualche moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa: si correggeranno: si aumenterà, se occorre, il numero dei piani. Il freddo competente darà le cifre precise: io ero tutto invaso del calore della mia costruzione ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse, a queste semplici cifre, a placarsi.

Si noti che per fare cento milioni bastano dieci persone che mettano dieci milioni l'una, oppure cinque persone che ne mettano venti: qui non c'è neppure il dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed ecco via Belloveso.

Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non mancai di aggiungervi certa considerazione che nacque nella mia mente mentre già avevo cominciato a compilarlo. Era questa. Quando, venticinque secoli sono, in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re Biturigio Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi stabilì l'accampamento che sarebbe divenuto Milano) — nello stesso tempo il fratello di lui (ch'era addobbato similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò il Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania. Quali accampamenti fondasse non so: ma parevami probabile che da qualcuno di questi fosse nata, come Milano da quelli, la tedesca città di Baden, che i Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli storici la maggior esattezza di tale mia induzione, ma intanto era certo che in una regione germanica era sorta una città sorella, o almeno cugina, a Milano: che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva a un parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che forse le due imprese potevano originarsi insieme dalla società e dal capitale medesimo: in ogni modo ciò poteva dare origine a un'audace e utile veduta politica, poteva additare un legame franco-italo-germanico più saldamente fondato di quello che intravide Caillaux, e pregno forse di più maturabili destini.

Stesi dunque il mio complesso memoriale artistico-storico-finanziario-politico; lo portai a copiare in dodici esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella copia lire sessanta, che segnai sopra un candido quaderno come la prima spesa e insieme il primo atto effettivo della mia creazione.

5. La mia dimora.