Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai per poco in qualche pensiero domestico.
Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero 18, la mia casa. È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita; i primi, credo, della mia vita, e con l'indirizzo: «18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano nobile, il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che in trenta secondi, senza fermate ai piani intermedi, porterà su direttamente me, la mia famiglia, i miei amici. Perchè anche là gli amici verranno a trovarmi, come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non potranno più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada per farsi gettare la chiave del portone. Faremo dunque nella nostra rivista una campagna perchè i portoni di Milano siano muniti di un campanello corrispondente a ogni appartamento, e di un congegno a pila elettrica per aprire il portone stesso dall'alto, come a Firenze, che almeno in questo è assai più civile di Milano. Ogni portone avrà così trecento bottoni elettrici, centocinquanta per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli, fedeli al gioco candido e giocondo di sonare i campanelli e poi darsi fanciullescamente alla fuga!
6. Crepuscolo.
Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano smaniavano d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno impaziente. L'opera era troppo grande perch'io dovessi economizzare qualche giorno o qualche ora, e affrettarmi a compiere quell'atto facile — la costituzione della società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un poco la mia impresa nel mondo puro delle cose pensate e non ancor attuate. S'aggiunga che per il momento non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare quei piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo dicono — basta andar camminando per le strade per vedersi scaturire l'oro attorno. Altri dice: — basta battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui che andasse a camminare per le strade battendo forte il piede in terra a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro l'allettamento delle immagini e delle immaginazioni, com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai al limite vago ove la città dalle tredici porte esita a dileguarsi nella campagna.
Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte era bigio, perchè Milano è un'austera città.
D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e inaspettato: sentii, al mio fianco, la presenza del mio Dàimone, e insieme mi resi conto che da parecchi giorni non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel punto senza di lui.
— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? non sai dunque che sto maturando un'opera nuova, semplice e grande?
— Lo so.
— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non per questo devi disprezzarla: anzi d'ora in avanti la seguirai con affetto, come hai sempre seguìto tutte le cose della mia vita anche quando io facevo al contrario de' tuoi incitamenti.
— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte.