La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, ma lo sentivo a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, e sospettoso mi feci io contro il suo sospetto, e contro lui stesso, contro il mio Dàimone, o Genio personale! Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito.

Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco lusinghevole aspetto ma di lunga e solida fama: quel Naviglio della Martesana, umanistica speculazione del condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche piccola costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: goffi pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si perdeva nel bigio infinito, tratteggiata da rigidi pali di ferro e da bassi alberi asciutti, potati d'ogni fronda e d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio pensiero — questo è il luogo!

E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che le poche ville pretensiose, subito intimorite, si scostarono ognuna dal loro luogo, e portandosi via le torrette rosse e i cancelletti di ferro battuto, s'allontanarono e scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi di legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono a scaturire fasce di biancori gelidi che rapidamente al mio sguardo impietrivano allineandosi in una duplice fuga parallela, accennavano per un istante l'ondulamento d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente immobili e altissimi, guardando tutti a me con le pupille nere e rettangolari d'un numero infinito di finestre simmetriche: diciotto e diciotto eccelsi edifizi, in due file che andavano a incontrarsi e perdersi in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento armato; la mia creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai generosamente al Dàimone — ecco l'opera nostra!

— Io non c'entro — rispose.

Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli è invisibile.

— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna bellezza. L'opera nostra: via Belloveso.

E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila finestre s'erano affacciate più di quarantamila teste vive d'ogni sesso e d'ogni età: non già i barbari Biturigi ch'io avevo salutati tra le capanne nel primo memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi uomini, donne e fanciulli, che tutti insieme conclamavano verso l'avvenire del nuovo cuore operoso d'Italia.

Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste s'erano ritirate, un grigio silenzio tornò a incombere su tutta la pianura, e di là mi premeva intorno e mi filtrava entro il cuore. La sudicia nebbia cominciò ad assediare e assaltare le belle case di cinquanta piani. Le vidi tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve sfaldarsi dal suo edificio, e, ogni piano, dico, per conto suo, per ogni parte si venne spostando qua e là orizzontalmente nell'aria e in aperte volute calarono a terra e si distesero a occupare tutto il suolo della pianura: ma ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito, grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali di ferro e d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche quella distesa di piani e rividi tornate le villette tronfie ridere con sofficienza dalle rosse torrette, in mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città.

Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in sesto stirando le braccia e battendo i piedi in terra; ma in quel moto mi venne su dal profondo e scaturì per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico, fondamentale sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver messo insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero vastamente tutti gli echi della pianura e della lontana invisibile regione lacustre fino ai primi gioghi dell'Alpe.

Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi: