— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio è il più bel pensiero che tu abbia fatto da parecchi giorni a questa parte.
— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo la pace.
Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della città, il Dàimone mi domandò ancora, con tono malizioso ma con bontà d'intenzione:
— E Belloveso?
— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe poco nazionale, e oggi anche poco politico, riferire troppo solennemente la nascita della Capitale morale d'Italia a un'origine gallica.
CAPITOLO QUINTO L'ULTIMO VAMPIRO
1. L'altare.
S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, e scintilla di molti colori: più bassa gli gira attorno un'ara di marmo a venature violacee con un vasto orlo d'arabeschi dorati; in alto ai due lati dell'altare quattro marmoree candele hanno per fiamme lampadine elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare suscita — a me che lo contemplo — la vaga memoria d'un organo, se non che le canne sono brevi, e variopinte come le piume degli uccelli dei tropici: lo sfolgorìo dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare.
Tra l'altare e l'ara, inter aras et altaria come dice Plinio il giovine, e davanti l'ara stessa — verso me che contemplo — officiano, bizzarramente passando e ripassando con offerte votive, rapidi sacerdoti vestiti di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e sul petto.
Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, tengo le spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le mie labbra suggono una bevanda neoromantica il cui sapore cupo non rivela il misterio della sua origine vegetale o animale.