È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui non ho capito il nome. Anche Graziano appoggia le spalle alla parete cristallina. Dietro noi, di là da quella, s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti e gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, o a star immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine altre genti.
Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello gli scende sugli occhi. Tutto il luogo è abituale per lui. Egli viene ogni giorno qua, dopo conclusi i suoi negozi più importanti, a riposare e disegnarne di nuovi. Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città di vita operosa, è luogo classico per incontri d'affari.
Infatti Graziano dice:
— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco dei vagoni di legna tagliata. La do a undici al quintale.
— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente la legna non è il mio genere.
— In affari — ammonisce — non ci sono generi.
— Come in letteratura?
Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò:
— Quanti vagoni?
Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. Ha una faccia incantata, due occhi rossicci, il cappotto spalancato, e la sottoveste abbottonata a contrattempo: cioè il primo bottone nel secondo occhiello e così di seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un tratto di sottoveste col bottone e in alto a sinistra avanza un tratto di sottoveste con l'occhiello.