Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna. Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto ricinto e come oppresso dalle scaffalature intorno, e di là da quello profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone.
Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e inadatto.
Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano.
Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi, si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò, e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne come inchiodato davanti a lui per lo stupore.
La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente, fu questa:
— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale?
4. Colloquio.
Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario rispondere.
Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni più semplici del problema che lo assedia; e non l'uomo soltanto, chè vedemmo gli uccelletti dal ramo, sgomenti alla vista d'un cobra precipitarsi giù tra le sue fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile. Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. Sgomento, indugiai; e più avevo indugiato, e maggiore sentivo l'obbligo critico di dargli una precisa risposta. In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano davanti all'altare dei beveraggi multicolori, fe' risonare a' miei orecchi come da un fonografo la sua voce quando aveva detto «la do a undici al quintale»: questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si fece motore della mia risoluzione e del mio atto sensibile; il quale fu di pronunziare quella sola parola, che parve una risposta:
— Undici.