— In qualunque tempo viva una donna, quello è il tempo migliore per lei. La signorina è qui come rappresentante eletta di questa verità generale.

Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua dissertazione, e forse neppure allora me ne avvidi, perchè, lo confesso, il mio cervello non si trovava in condizione di seguire un discorso diffuso o una serie di concetti.

Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo punto e quasi d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza dell'elemento liquido che dall'esterno avevo introdotto nel mio interno, mi fe' sentire una imperiosa brama di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo mediante un corrispondente espellimento di elemento liquido dal mio interno verso il mondo esteriore.

5. Le liquide vie.

Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto generale e pertinace negli uomini civili, e forse è appunto l'indice più esatto e il portato più certo della civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare il mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo quell'istante della mia vita come un turbine di fumi, profumi, luce, voci squillanti, e al centro di quel turbine il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più inquietante, pungiglioso e spasmodico.

Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo per la mia cena e per la contravvenzione, non ricordo se promettessi di tornare, e con quali parole mi accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita: questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai nella strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa nel mezzo da un solido marciapiede di pietra; e su quel marciapiede, nella solitudine muta del mondo e sotto il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo in tutto il suo fulgore, mentre io sostavo fermo così nel mezzo della ospite via: e a mano a mano, mentre ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine fuori di me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e lungamente placarsi.

Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato equilibrio, mi parve anche d'esser più saldo sulle gambe e quasi snebbiato il cervello. Ritornai lo sguardo dalle sfere celesti al solido suolo. E tra la penombra distinsi con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie di arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si perdeva lontano nell'ombra. Non potei frenare a quella vista un impeto d'irragionevole riso. E altrettanto irragionevolmente il giuoco della fantasia mi portò a seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto la via senza che la mia direzione avesse altro movente più savio. A un certo punto ogni traccia della mia creazione recente svaniva e perdevasi nel suolo, ma l'inerzia mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando come alla ventura, a ripensare il curioso impiego della mia serata, dai tumulti pomeridiani di piazza della Scala fino a quell'ora. Ebbi qualche rimorso della giornata inoperosa, poi scusai me stesso pensando ch'era stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne alcuno con chiarità; e credo che in quel procedere piegai ogni tanto d'una in altra strada. Ed ecco mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel centro di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla; quando a un tratto una voce, che parve uscire dal muro buio, mi gelò. Il muro avea detto:

— Signore!

6. Un ginnosofista.

Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile implorarmi: