— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.
M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli orecchi.
Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso silenzio.
Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.
Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce, onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo strumento dal capo.
Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno: tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della vita.
— Ha sentito? — domandò.
Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo la mia voce rispondergli:
— Sì.
— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si senta altro suono se non quelli che lo interessano.