— Come sarebbe a dire?
— Ecco.
Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la spina m'incorò:
— Si rimetta la cuffia.
Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della spina.
Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi lontani.
Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse, i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.
— Ha sentito?
— Sì.
— Che cosa?