Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato; o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E risposi:

— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?

Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.

— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.

— Ma allora quei suoni?...

— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia organica.

Lo guardai stupefatto.

— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono moltiplicatore a isolatore acustico.

— È una sua invenzione?

— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato, della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio allocatoptotrico.