— Io invece parto domani mattina.
Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate, a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità. Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli uomini sani. Finalmente dissi così:
— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.
Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di turbamenti cosmici.
— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.
Poichè entrambi tacevano, continuai:
— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...
— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti anni. Come in un'isola ignota.
— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.
— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?