Venendo ora all'Italia, dobbiam riconoscere che se essa si mostrò meno avversa delle altre nazioni agli Israeliti nel medio evo, non si può darle il medesimo vanto ne' tempi moderni; ed ora soltanto, grazie al Pontefice riformatore, spunta per quel popolo perseguitato un primo albore di miglior avvenire.

Ciò mostra che i modi tenuti cogli Israeliti furono e sono in ragione della maggior o minore civiltà de' popoli. L'Italia perchè più civile delle altre nazioni nel medio evo, fu con essi meno crudele; rimasta in seguito addietro, giunse più tarda a sentire la giustizia e il dovere della loro emancipazione.

In Piemonte la più antica legge che si conosca risguardante gli Israeliti, è del 1430. Si vede però dal suo contesto, che doveano esistere provvedimenti anteriori. Nel 1551 gli statuti permisero agl'Israeliti di prestar denaro sovra stabili, che alla scadenza potevano anco ritenere in pagamento, soddisfacendo alle tasse comuni. Nel 1576 Emanuele Filiberto permetteva di più; ed era loro lecito esercitar medicina e chirurgia, col consenso dell'Arcivescovo e del protomedicato. (Editto 5 Giugno 1576.)

Carlo Emanuele confermava le dette concessioni nel 1603; e sin qui la condizione degli Israeliti era in Piemonte assai più comportabile che in altre parti d'Europa.

Le regie costituzioni promulgate nel 1723-29-70, toglievano le concessioni di Emanuele Filiberto e di Carlo Emanuele, e stabilivano vessazioni non usate sino a quel tempo. Divieto di fondare od ingrandir sinagoghe, e soltanto licenza di racconciar le esistenti. Divieto di posseder beni stabili, salvo quelli ad uso di propria dimora, e di cimiterj. Ove un Israelita venisse ad occupare stabili in estinzione d'un debito, dovea venderli dopo un anno.

La Repubblica e l'Impero francese restituirono agli Israeliti i diritti civili, e li resero eguali agli altri cittadini.

La Restaurazione del 1814 richiamò in vita le antiche costituzioni, e le loro condizioni divennero più che mai triste. Gli studenti vennero espulsi dalle università e dalle scuole; i laureati dovettero scegliere tra l'ozio e l'esilio; i possidenti ebbero cinque anni di tempo a vendere i loro stabili; ed ogni ufficio, sì comunale che governativo o militare, fu negato agli Israeliti, che vennero di nuovo rinserrati nel Ghetto. Quivi ridotti, per campar la vita, al più abbietto commercio, vennero al tempo stesso esclusi da ogni pubblica beneficenza: dovettero da sè pensare ai loro poveri, validi od infermi che fossero; all'educazione de' loro fanciulli, limitata alla più elementare istruzione; poichè, esclusi dalle università e dall'esercizio d'ogni professione, non avean nè modi nè scopo, onde divenir esperti in scienza od arte veruna.

Alcuni possidenti ottennero però, per grazia del re Carlo Alberto, una proroga al termine fissato per la vendita de' loro stabili; nè venne loro mai negato di fondar nuove sinagoghe, quando ne occorse il bisogno.

Credo si possa affermare, essere gl'Israeliti del Piemonte al momento presente in peggior condizione di tutti gli altri loro correligionarj Italiani; ma l'esempio di Pio IX, ed il nobile assunto preso dal re Carlo Alberto di rinnovare e riformare lo Stato, promette prossimo il termine d'una tanto vecchia ed anticristiana ingiustizia.

In Toscana sino dal 1593 venne concesso agli Israeliti di poter liberamente esercitare il traffico, le arti ed ogni industria; e vennero fatti sicuri nella libera osservanza del loro culto, e ne' sacri diritti di famiglia.