Fieramosca condusse in casa il suo amico, e fattoselo sedere in faccia stava aspettando che gli annunziasse questa gran fortuna. Fu da lui brevemente informato di quanto era occorso la sera innanzi, del modo col quale egli avea preso le parti degl'Italiani, e della sfida proposta. Quando venne a riferire le insolenti parole di La Motta, e benissimo le seppe dire, balzò in piedi l'animoso Italiano, percotendo su una tavola col pugno chiuso e cogli occhi scintillanti di fierissima allegrezza.
—Non è—gridò—giunta a tanto ancora la miseria nostra che manchino braccia e spade per ricacciare in gola a questo ladrone francese, quanto in malora sua gli è fuggito di bocca! E Dio ti benedica la lingua, Inigo, fratel mio (e stretto lo teneva abbracciato), e t'avrò obbligo eterno della cura che avesti dell'onor nostro, nè in vita nè in morte me ne terrò sciolto mai.—E le carezze per una parte, come le profferte per l'altra, non avean fine. Quietato un poco questo primo calore:
—Qui—disse Fieramosca—è tempo non di parlare, ma d'operare.—E chiamato un servo, mentre l'ajutava vestirsi, veniva nominando i compagni che si sarebber potuti sceglier a quest'impresa, pensando far grossa compagnia più che potesse.
—Molti—diceva—sono i buoni fra noi, ma la cosa troppo importa; scegliamo i migliori: Brancaleone. E uno. Non vi sarà lancia francese che lo pieghi d'un dito, con quel pajo di spalle che ha ai suoi comandi. Capoccio e Giovenale tutti e tre Romani: e ti so dire che gli Orazi non tenevano la spada in pugno meglio di loro. E tre. Andiamo avanti: Fanfulla da Lodi, quel matto spiritato, lo conosci? (Inigo alzò il viso aggrottando un poco le ciglia, e stringendo le labbra, come fa chi vuoi ridarsi a mente qualche cosa.) Oh lo conosci senz'altro! Quel Lombardo, lancia spezzata del signor Fabrizio.... quello che l'altro giorno galoppava sulla grossezza del muro del bastione alla porta a San Bacolo....
—Oh sì sì!—rispose Inigo—ora mi ricordo.
—Bene. E quattro. Costui finchè avrà le mani le saprà menare. Io sarò il quinto; e coll'ajuto di Dio farò il dovere. Masuccio—gridò chiamando un famiglio—bada che ieri si ruppe la guiggia dello scudo, falla aggiustare, e tosto; senti: alla spada grande ed alla daga pistolese sia rifatto il filo, e.... che volevo dirti?.... ah! L'arnese mio di Spagna è in punto?—Il servo accennò di sì.
Sorridendo Inigo a questa furia disse:—Non ti mancherà tempo a metterti in ordine, che la battaglia non sarà nè oggi nè domani.—
A questo non pensava Fieramosca che si sentiva la febbre addosso, nè avrebbe voluto tardare a trovarsi alle mani; e poco badando a quanto dicea lo Spagnuolo, veniva rintracciando altri compagni, chè cinque gli parea un numero scarso. E disse con gran voce:
—E dove lasciamo Romanello da Forlì? E sei. Lodovico Benavoli. Sette. Questi li conosci, Inigo: gli hai veduti a lavorare.
—Masuccio, Masuccio!—