Poi chiamato un suo scrivano gli disse: scriverai al duca di Nemours, stia di buona voglia che l'ostacolo è tolto; che gli offerisco una tregua sin dopo il combattimento; ed in fine, che fra due giorni aspetto mia figlia donna Elvira, alla quale intendo far un po' di festa; s'egli vuole, mentre si posan l'armi, venire a goderla con noi, sarà cagione di renderla più lieta.
Fra lo scrivere, lo spedir la lettera e ricever la risposta, passarono appena due ore. Il duca di Nemours accettò l'invito, e la tregua, che fu bandita per la città a suon di tromba quella sera stessa, insieme co' nomi de' combattenti italiani, ai quali per compiere il numero voluto dai Francesi, si aggiunsero altri tre, e furono:
Ludovico Aminale da Terni.
Mariano da Sarni.
Giovanni Capoccio Romano.
[CAPITOLO OTTAVO.
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Il monastero dell'isola posto fra il monte Gargano e Barletta era dedicato a Santa Orsola. Le sue mura oggi non presentano allo sguardo che un monte di rovine coperte di spini e d'edera; ma all'epoca della nostra istoria erano in buon essere, e formavano un edifizio d'aspetto severo, innalzato dai tardi rimorsi d'una principessa della casa d'Anjou, che venne ivi a finir santamente una vita scorsa fra le sfrenatezze dei piaceri e dell'ambizione. Non si potrebbe desiderare solitudine più tranquilla o più amena di questa.
Sopra uno scoglio, alto forse venti braccia sul livello del mare, è un piano di terra fruttifera, che gira da cinquecento passi andanti. Nell'angolo più vicino alla terra ferma sorge la chiesa. Vi s'entra per un bel portico, retto da gentili colonne di granito bigio. L'interno a tre navate, con archi a sesto acuto, posati su fasci di colonne sottili ornate d'intagli, riceve la luce da lunghe finestre gotiche chiuse con invetriate a colori, piene di storie de' miracoli della Santa. La tribuna dietro l'altar maggiore è tonda, ornata di musaici in campo d'oro. Vi si vede un Dio Padre nella gloria, ed ai suoi piedi Santa Orsola, con le undicimila vergini portate dagli angioli.
La chiesa, lontana dall'abitato, rimaneva quasi sempre vuota. Le sole monache si radunavano in coro ad ore fissate del giorno e della notte per salmeggiare. Era verso sera, e mentre si cantava il vespro dietro l'altar maggiore con quella sua cantilena lunga e monotona, una donna pregava inginocchiata accanto ad un avello di marmo bianco ingiallito dagli anni, e coperto da un baldacchino parimente di marmo pieno di fogliami e d'animali all'uso gotico, ove riposavan l'ossa della fondatrice del monastero.
Questa donna, coperta sino a terra da un velo del color di que' marmi, pallida, immobile ad orare, sarebbe sembrata una statua posta ivi dall'artefice in orazione, se due lunghe trecce di capelli castagni non si fosser mostrate fuori del velo, e se le palpebre, che tratto tratto s'alzavano, non avessero lasciato trasparire due occhi azzurri ne' quali si scorgeva il fervore di una caldissima preghiera.
La povera Ginevra (era essa) avea ragione di pregare, poichè si trovava in quei termini ove al cuor d'una donna non bastano le proprie forze per vincer sè stesso. Si pentiva, ma troppo tardi, del partito preso di seguir Fieramosca, e d'unire in qualche modo la sua fortuna a quella dell'uomo che per prudenza e per dovere avrebbe dovuto fuggir più d'ogni altro. Si pentiva d'esser rimasta tanto tempo senza informarsi di suo marito se fosse vivo o morto. La ragione le diceva: quel che non si è fatto si può ancora fare; ma la voce del cuore rispondeva: è tardi; e questo è tardi sonava come una sentenza irrevocabile. I giorni duravano lunghi, angosciosi, amari, spogliati d'ogni speranza di poter uscire di quel travaglio, se non altrimenti, almeno col darsi vinta all'una delle due forze che la combattevano. La sua complessione s'accasciava sotto il peso di questo continuo contrasto.