Martino si trovava con troppi affari in una volta, e la sua testa non vi reggeva. Con una mano alla barba e l'altra dietro le reni, camminava per la camera scuotendo il capo e soffiando. La subita mossa delle genti da Barletta l'ammoniva a prestar fede a Don Michele, che l'aveva preveduta tanto sicuramente, e gli facea pensare che fosse realmente quell'uomo d'alto affare che diceva.

Prima di tutto decise d'aggiustarla con lui, onde non lo scoprisse quando capitasser quelli che andavano in traccia degli uccisori del podestà. Così, deposta ogni superbia, e mezzo raccomandandosi, gli disse che l'avesse per cosa sua, promettendogli che l'avrebbe ajutato nella sua impresa.

Appena terminato quest'accordo si sentì lo scalpitar di molti cavalli che entravano pel ponte, ed una voce chiara e forte come una tromba, che chiamò più volte: Conestabile! Schvarzenbach! Scese questi, e trovò che Fieramosca e Fanfulla da Lodi lo aspettavano alla testa di molti cavalleggieri.

Il lettore si ricorderà forse d'aver veduto il secondo annoverato fra i campioni italiani.

Fra quanta gente d'arme contasse l'Italia non v'era l'anima più disperata di costui. Per ogni leggiera cagione, e senza cagione più spesso, metteva la vita a qualunque rischio. Senza pensieri, non attendeva che a darsi buon tempo, ed al bisogno menar le mani. Agile come un leopardo, tutto nervo, e d'un corpo snello e ben complesso, pareva che la natura, sapendo che in quello doveva abitare un'anima temeraria sino alla pazzia, avesse avuto cura di formarlo in modo che potesse essere atto a resistere alle prove più perigliose. Figlio d'un uomo di Girolamo Riario, s'era trovato fra l'armi fin dall'infanzia, ed era stato al soldo di tutti gli Stati d'Italia, perchè ora per risse, ora per disubbidienze, ora per propria incostanza sempre gli toccava andar in traccia di nuovi padroni. I Fiorentini erano stati gli ultimi, e s'era fuggito da loro per questo fatto.

Stando a campo alle mura di Pisa fu dato un assalto, nel quale, se Paolo Vitelli, capitano per la Repubblica, non avesse fatto sonare a raccolta e rattenuti, perfino colle ferite, i soldati fiorentini che erano pieni d'ardire nel seguire il primo vantaggio, Pisa al certo si prendeva quel giorno; e la condotta del Vitelli tacciata a Firenze di tradimento, fu poi, come ognun sa, la cagione della sua morte. Fanfulla, sempre alla testa de' primi, era giunto su per una scala ad abbracciar un merlo; rotando la spada s'era fatto largo; già stava sul muro, e tanto menava colpi, stoccate e botte da disperato, che per poco gli altri avrebbero avuto campo a seguirlo.

In questa si suona a raccolta, ed è lasciato solo. Non si poteva dar pace di doversi ritirare; pure scese fremendo, mugghiando per la rabbia fra una tempesta di dardi, sassi, archibugiate che non gli fecero un male al mondo, e sano e salvo tornò al campo correndo come un pazzo, e dicendo villania a quanti incontrava. Nel padiglione del capitano erano i commissarj fiorentini col Vitelli a consiglio: saltò Fanfulla invelenito in mezzo a loro, e chiamandoli traditori, cominciò con un bastone che avea raccolto a scaricar su tutti, senza guardar nè a chi nè come, nè dove, una grandine di legnate e calci e spinte e pugni; e tra che egli era robustissimo, tra che quelli non se l'aspettavano, li mise in tanto scompiglio, che si trovarono in terra malmenati e sottosopra, prima che potessero conoscere chi fosse l'autore di quelle busse.

Dopo una tale impresa, senza dir addio, come si può pensare, saltò a cavallo; ed era già lontano dal campo quando quei capi rimessisi in piedi pensarono a farlo pigliare.

Lasciati così i Fiorentini s'era condotto con Prospero Colonna, ed ora si trovava in Barletta col resto della compagnia.

L'avviso recatovi da Boscherino che il podestà era stato preso dai venturieri, dato in modo che non cadessero sospetti sopra di lui, avea messo in moto il bargello colla sbirraglia di Barletta, i quali s'erano drizzati verso la montagna. Fieramosca e Fanfulla con alcuni cavalli gli eran venuti seguitando, e, mandata innanzi la corte, s'eran fermati a guardar lo sbocco della valle ov'è posta la chiesetta.