Ginevra per parte sua non era meno agitata di lei, e forse i contrasti ch'ella soffriva avevano cagioni anche più potenti e vaste. L'affetto ch'essa provava pel giovane italiano, prodotto e nutrito da una intrinsichezza antica, e dagli obblighi che gli aveva grandissimi, era fatto ora più intenso dal frangente in cui si trovavano, dall'idea che forse una morte gloriosa l'avrebbe troncato per sempre, e dal virtuoso rimorso (giacchè nulla più dei gravi ostacoli suole accender la mente ed il cuore), che l'ammoniva esser obbligo suo tentar ogni via per ritornar col marito, ed allontanarsi da quello che, malgrado la loro scambievole virtù, la teneva sull'orlo del precipizio. Si ricordava d'aver promesso a Dio ed alla Santa del monastero di palesare ad Ettore la risoluzione presa di abbandonarlo: trovava scusa di non averlo fatto nel riflettere che il giorno in cui doveva annunziargliela le era venuto dicendo della sfida; ma sentiva pure dentro di sè che, se questa causa poteva farle perdonare una dilazione, non dovea però mai toglier l'esecuzione del tutto.

Oltre questi pensieri, che già abbastanza la travagliavano, le era sorto nella mente un doloroso sospetto sul conto della sua amica. Le donne hanno un senso intimo, direi quasi un istinto che le guida ad iscoprire l'amore anche quando più si cela nel fondo del cuore. Ginevra s'avvide presto che Zoraide non era più quella di prima. Indovinava anche troppo la cagione dei suo cambiamento. Le due amiche passarono così alcuni giorni, ma non era più fra loro quell'amorevole e spensierata familiarità di prima.

Intanto nel monastero fra l'ortolano Gennaro, le converse e gli uomini di munizione della torre, non v'erano altri discorsi che delle feste si dovean fare in Barletta; e chi v'andava alle volte per sue faccende, sempre tornava raccontando ciò che si preparava colà, e che si diceva sulle allegrezze di quel giorno: tantochè venuta quella benedetta mattina, a riserva di coloro che assolutamente non potevano, gli altri se n'andarono sul far del giorno alla città per prender posto; e l'ortolano che, come tutti gli uomini meridionali, era pazzo per i divertimenti, messosi indosso i migliori panni, ed al cappello un bel mazzetto, si disponeva entrare nel suo battello, che appena spuntava l'alba. Zoraide gli si fece incontro al sommo della scala che per pochi scalini scendeva al mare, ed era vestita con più cura che non parevan domandarlo il luogo e l'ora.

—Gennaro—disse—verrei con te a Barletta.—Queste poche parole erano state pronunciate con una certa esitazione così nuova per Gennaro, avvezzo ad udirla parlar risoluto e tronco, che rimase un momento guardandola prima di rispondere che era padrona, ed era troppo onore per lui, e solo gli doleva non avere spazzato il battello e messo un panno onde stesse con maggior agio.—Ma ora torno; fo in un momento—disse, e voleva andare per le cose che gli occorrevano. Zoraide gli afferrò un braccio, e l'ortolano si sentì dare tale stretta che la guardò negli occhi; pensava fra sè: è impazzita, o spiritata costei?

La donzella aveva lasciata Ginevra ancora in letto, e non voleva entrare in ispiegazioni circa questa sua gita, che non poteva a meno di non parere strana, essendo la prima volta che usciva del monastero. Le sembrava, ogni momento che si tardasse a partire, veder comparire la sua amica.

Perciò con poche parole, e con voce di comando più che di preghiera, affrettò l'ortolano a scendere, e fu da lui condotta alla città. Costui mentre remigava non ristette mai dal cicalare, dicendole che l'avrebbe menata per tutto, che era amico del cameriere di Consalvo, e che nessuno meglio di lui avrebbe potuto trovarle luogo per goder delle feste. Giunsero sulla piazza al Castello, quando Consalvo e tutti i suoi coi baroni francesi si avviavano ad incontrar Donna Elvira; e le preghiere di Zoraide che non la lasciasse sola, non valsero a trattenere Gennaro dal seguir la cavalcata fra la polvere e gli urti della folla. Soltanto la condusse all'osteria di Veleno dicendole non dubitasse che tosto sarebbe tornato.

Trattenuto più che non pensava, osservò la sua promessa un po' tardi; e quando volle venir con lei alla piazza per prender posto nei palchi, trovò tutto pieno di spettatori, e con un'occhiata s'accorse che non v'era speranza di situar sè e la sua compagna. Ora colle preghiere, ora coi gomiti aprendosi la strada fra il popolo che era affollato anche dietro i palchi, giunse pure a cacciarsi sotto uno di questi presso l'apertura per la quale entravano nell'arena i combattenti; ma da un tal luogo non vedeva altro che sopra il suo capo le gambe spenzolate degli spettatori, e si disperava d'essere stato guida sì poco accorta. Per sua fortuna, nel momento che il toro fu lasciato, uscì dell'arena Fanfulla da Lodi; preposto a dirigere quei giuochi, il quale, vista Zoraide che stava molto malcontenta guardandosi intorno, venne ravvisando l'ortolano e questi gli si raccomandava dicendo:

—Eccellenza! Illustrissima! guardate questa povera signora che si muor di voglia di veder la giostra e siam giunti tardi...—

Zoraide accorgendosi che il giovine cui si dirigeva questa preghiera mostrava in certe sue occhiate fulminanti più che buona volontà di trovarle posto, punzecchiava Gennaro che stesse cheto; ma era tardi: Fanfulla venne a lei, e, presala per la mano, la trasse fuori al largo dietro il palco, e con un bastoncello fece far piazza al popolaccio; poi, alzati gli occhi guardava dove potesse allogarla.

Sul più alto gradino, nel miglior luogo, seduto molto a suo bell'agio, colle ginocchia aperte e le braccia intrecciate sul petto si trovava per i suoi peccati il Conestabile della torre di Santa Orsola, Martino Schvarzenbach. Fanfulla non avrebbe dato quest'incontro ed in questi termini per mille ducati. Col suo bastoncello poteva giugnere al tallone del Tedesco, alto da terra un uomo e mezzo circa: lo percosse leggermente; e colui si voltò in giù guardando chi lo voleva. Fanfulla senza scomporsi alzò la mano all'altezza della fronte, e movendo le dita dall'alto al basso con una leggera scossa di capo laterale unita ad un cenno dato coll'occhio e colla bocca, gli fece intendere come gli occorresse il suo posto per la donna che conduceva; e l'espressione del suo viso avrebbe fatto saltar la stizza ad un morto. Martino, che essendo in alto si teneva sicuro, memore forse in quel momento del barile guastatogli, fece colle spalle quell'atto d'impazienza che significa, levamiti d'attorno; e si rimise come era prima.