Bajardo toltisi i guanti di ferro e l'elmetto li deponea sulla tavola asciugandosi il sudore, e diceva:

—Don Inigo de Ayala, bonne lance, foy de chevalier.—

Ed anche agli altri accordava quelle lodi che credeva meritassero; diede al guerriero che usciva a combattere alcuni avvisi sul modo di governarsi, che non andaron perduti.

Entrò nell'arena Grajano bene a cavallo su un gran destriere morello coperto d'una gualdrappa color d'arancio, ed un araldo gridò ad alta voce il suo nome; dopo di che, il cavaliere andò sotto il palco di Consalvo, e percosse colla lancia tre volte gli scudi d'Azevedo e d'Inigo: un fremito interno ed involontario scosse ogni fibra di Fieramosca quando udì pronunziare quel nome. Si rinnovò il rimorso d'aver taciuto a Ginevra ch'egli era vivo; e come l'uomo è tanto più atto a far buoni propositi quanto più nè scorge remota l'esecuzione, stabilì di nuovo di svelarle tutto alla prima occasione.

Intanto si cominciò a combattere: ed il guerriero piemontese, che per robustezza e maestria nell'armeggiare era contato fra' primi, ottenne deciso vantaggio sopra Azevedo, benchè non riuscisse a scavalcarlo: ed anche con Inigo si portò in maniera che il giudizio d'ognuno rimase in favor suo. Dopo di lui si provarono molti Francesi, il signor De la Palisse, Chandenier, Obignì, e La Motta che, stizzito pel contrasto avuto con Diego Garcia circa il combattere il toro, quel giorno fece maraviglie.

Per dire il vero i tre Spagnuoli, che avean preso a difender il campo, ebber la peggio, e dovettero accorgersi che porsi tre soli di loro contra le migliori spade dell'esercito francese era un'impresa troppo maggiore delle lor forze. Rimanevano però ancora in sella Inigo ed Azevedo; e Grajano, che già gli aveva combattuti una volta, si mosse di nuovo contro di loro. La stanchezza ch'essi provavano del tanto combattere gli giovò forse in parte; comunque sia, a lui toccò la fortuna di finir la guerra abbattendoli l'uno dopo l'altro, e fu dichiarato vincitore della giostra. Ricevè dalle mani di Donna Elvira il ricco elmetto, premio della vittoria, al suono degli stromenti, e fra gli applausi universali. Finita in tal modo la festa, s'alzò Consalvo, e colla figlia, il capitano di Francia e tutta la baronia ritornava alla rocca, ove avvicinandosi l'ora del convito si stava allestendo la mensa. La piazza e l'anfiteatro furon presto vuoti di spettatori, che tutti, forestieri e terrazzani, andarono quali alle lor case, quali alle osterie, ed a quella in specie di Veleno, che era delle avvantaggiate, riposarsi e pranzare, trattenendosi delle varie fortune di quella giostra.

Ginevra, la mattina di questo giorno in cui la fortuna le preparava acerbissimi colpi, si svegliò un'ora più tardi che non soleva. Travagliata sempre con maggior forza da' suoi pensieri presso all'alba soltanto avea potuto prender sonno: sonno agitato da cento fantastiche immagini. Ora le si rappresentava Fieramosca ferito, coll'occhio moribondo, in atto di raccomandarsele; ora le pareva mirarlo vittorioso, cinto di gloria, fra baroni, e che, torcendo lo sguardo con disprezzo da lei, lo volgesse ad altra donna porgendole la destra. E pur dormendo diceva per racquetarsi: Felice me che ciò non sia altro che un sogno! ma pure tremava parendole persine di udire i suoni di festa che celebravano le nozze d'Ettore, le campane, lo sparo delle artiglierie; ed alfine il loro fragore le percosse talmente l'orecchio che si riscosse a un tratto, aprì gli occhi e volgendoli al balcone dal quale si scorgeva Barletta, s'accorse che se tutto il rimanente era stato sogno, non lo era però il fragore che l'era venuto all'orecchio. Si pose seduta sul letto, e cavando di sotto le coltri un piede piccoletto, rotondo e bianco come il latte, lo nascose in una pianelletta vermiglia, mentre s'infilava sulla camicia una veste azzurra, mandandosi dietro le orecchie colle due mani i lunghi capelli castagni.

Venne a seder sotto i pampini del balcone, mirando cogli occhi abbagliati dalla luce d'un cielo sereno e limpido il quadro maestoso che s'offriva a' suoi sguardi.

Il sole levato già da un pajo d'ore illuminava di faccia il lido, la città e la rocca: fra le torri e gli spaldi rossicci parevano tratto tratto crearsi in un subito globi di fumo color di perla, attraversati da rapide lingue di fuoco, ed ai raggi solari splendevano d'una luce candidissima, rivolgendosi in mille giri che salivano dileguandosi nell'azzurro del cielo; dopo alcuni istanti giungeva lo scoppio che ripercosso dall'onde s'udiva rinascere fra le rupi del lido e si perdeva a poco a poco in un eco lontano fra l'ultime gole de' monti. La rocca e la città, velata ora dal fumo, che presto era poi dissipato dalla brezza marina, si specchiavano nella tinta cerulea del mare in bonaccia, e talmente piano, che la loro immagine rovesciata si riproduceva tremola, ma intera, nell'acque.

Il suono delle campane e degli stromenti giugneva or più forte or più debole secondo il soffiar del vento; e nella quiete del monastero si potevan persino distinguere a momenti le grida e gli evviva del popolo che acclamava il Capitano di Spagna. Ma nè questi segni d'allegrezza, nè il quadro ridente che aveva sott'occhio, non valevano a sgombrar dall'animo di Ginevra la mestizia che l'opprimeva. Alla puntura dei rimorsi un'altra se n'era aggiunta egualmente terribile: il sospetto d'esser tradita da quello al quale avea fatto il sacrificio immenso di disobbedire alla voce del dovere e della coscienza. Era un dubbio che la sua mente respingeva, ed il cuore abborriva, ma in conclusione il dubbio era nato; chi ne fece la prova può dire se sia cosa facile il dissiparlo. E per verità se ciò che temeva era falso interamente, varie circostanze potean nondimeno dargli l'apparenza del vero.