Ettore avea saputo bensì celarle l'incontro di Grajano, ma, avvezzo com'era ad aprirsele in tutto, non riuscì ad infingersi tanto che ella non s'avvedesse essere nel di lui cuore riposto un segreto del quale non voleva metterla a parte.
Dall'altro canto i modi tanto diversi di Zoraide le erano come una spina che non poteva svellersi dal cuore. E pensava: Chi m'assicura che Ettore anch'esso non abbia indovinato? chi m'accerta ch'egli non la curi? E quando da tutti questi argomenti cercava dedurre una conseguenza, si smarriva in un laberinto di dubbi senza trovare il filo ad uscirne.
Stanca la mente da tanto travaglio, s'alzò per trovar con chi parlare e distrarsi, e cercò di Zoraide; in casa non v'era: scese in giardino, neppure: domandò nel monastero ai pochi rimasti, e nessuno sapeva ove fosse. Si sentì una stretta ai cuore, e mille sospetti indefiniti le si affollarono alla mente; nel far questa ricerca s'era trovata presso la torre che difende l'entrata dell'isola. La vide abbandonata e nemmeno un uomo di guardia; tutti, partito il Conestabile, erano andati uno ad uno a goder delle feste. Passò il ponte, e camminò un tratto luogo la spiaggia, avendo il mare a destra, ed a sinistra l'erta del monte rivestita di folti cespugli. Passeggiava a passo lento, e colla mente troppo ingombra di pensieri per potersi occupare di ciò che accadeva intorno a lei. Fu a un tratto sorpresa da una strepito che udì tra le frasche; e quindi sbigottita, vistone uscir un uomo, il quale reggendosi a stento, coperto di cenci insanguinati, tutto lacero dai rovi, coi capelli lunghi, arruffati, che gli ingombravano il volto, le cadde in ginocchio ai piedi: ella ebbe il pensiero di fuggire, ma come ardita ed animosa, rimase; e, guardando quello che tanto stranamente le era comparso davanti, venne a poco a poco raffigurando il capo-banda Pietraccio, che, secondo la traccia data da Don Michele, essa involontariamente con Fieramosca aveva ajutato fuggirsi. La cosa era appunto accaduta come avea preveduto lo sgherro del Valentino: Pietraccio, mentre essi tentavano di porgere ajuto alla donna, s'era cacciato a correre su per la scala e poi per la porta, e liberatosi ruotando il pugnale da chi gl'impediva il passo, benchè ferito ed inseguito da molti, pure messosi per la macchia come pratico ed agilissimo gli era venuto fatto salvarsi. Per non cader in mano di quelli che lo cercavano, gli convenne viver miseramente appiattato nel più folto del bosco, ed ora, trovandosi per caso vicino a quella che non poteva temere credendola sua liberatrice, spinto dallo stento e dalla fame le si raccomandava ajutandosi co' cenni per farle conoscere la sua miseria che troppo al suo aspetto si dimostrava. Ginevra sentì ribrezzo e pietà di questo sciagurato, e gli disse non dubitasse, chè nel monastero non v'era altri che le monache, e, non essendo la torre guardata, poteva venir con lei, che l'avrebbe nascosto in una legnaja sotto la sua casetta, e ristoratolo. L'assassino, il qual forse trovava la morte men dura d'un tal vivere, la seguì, e senza esser visto potè giungere al suo nascondiglio, ove dalla pietosa donna gli fu recato cibo e bendata la ferita che, quantunque leggera, pure cercava rimedio, e con un po' di paglia accomodatogli da dormire. Risalì quindi Ginevra in casa, nel punto che Zoraide e Gennaro tornavano da Barletta.
Non si potè trattenere dal fare alla giovane un amorevole rimprovero che fosse partita senza dirle nulla.
—Zoraide mia! sono stata in pena assai non trovandoti per tutta risola; perchè non dirmi che andavi?
—Per non isvegliarti—rispose Zoraide; e la poca sincerità di questa risposta le tinse le guance d'un leggiero vermiglio, che non isfuggì agli occhi di Ginevra; poi seguì:
—Sono partita per tempo con Gennaro e....
—E—disse Ginevra sorridendo—jer sera non sapevi che volevi andare alla giostra?—
Questa interrogazione tanto diritta aggiunse una tinta di dispetto al volto di Zoraide, che rispose brevemente:—Sì.... avevo così un'idea;—poi ripreso il filo che l'era stato interrotto,—da gran tempo—disse—desideravo vedere una di queste giostre per poter giudicare se veramente siano poi tanto al disopra dei giuochi degli Arabi. Ma viva Dio! da noi ciò che fanno qui i cavalieri ed i signori, si farebbe far dagli schiavi, e nessuno de' nostri capi esporrebbe la vita per divertire tre o quattro migliaja di spettatori dell'infima plebe.—
Ginevra accorgendosi che Zoraide per non aver a dare altri schiarimenti sulla sua gita volea mettere innanzi il discorso della giostra, non si curò d'insistere e disse:—Insomma la giostra è stata bella?