—Un certo signor Don Grajano d'Asti; dev'essere un gran barone: armato e vestito ch'era una ricchezza.

—Grajano d'Asti hai detto? Grande, piccolo, giovane.... com'era?—

Gennaro che non aveva perduto un capello dell'armi, fisonomie ed aspetto di tutti i combattenti, ed aveva presente il volto di Grajano, che entrando in campo colla visiera alzata l'avea benissimo lasciato vedere, potè descriverlo tanto a puntino, che non rimase alla donna il minimo dubbio non fosse costui suo marito. Potè nondimeno esser presente a sè stessa abbastanza per celare in parte il tumulto che le sconvolgeva il cuore, e per conoscere quanto importasse il non essere scoperta. Nel tempo che Gennaro si studiava di darle ad intendere la forma e le fattezze del barone, ebbe agio a riprender gli spiriti, e veduto che i suoi due ascoltatori s'erano pure accorti che udendo pronunziare quel nome avea fatto una fermata, per dissipare ogni sospetto, disse, quando l'ortolano finì di parlare:

—Non v'avete a stupire ch'io mi sia turbata al nome di costui; passarono un tempo di strane vicende tra esso e la casa mia; furon poi fatti accordi, e da molti anni è tolta ogni occasione di scandalo: tutto pensavo però, fuorchè di trovarlo ora a Barletta ed al soldo francese.—

Dette le quali parole, si volse per andarsene alle sue camere; Zoraide e Gennaro si dovettero accorgere al color del volto che tratto tratto se le cangiava, che un qualche nascosto pensiero, di grande importanza, la travagliava; si guardarono perciò dal seguirla, e quando fu partita, disse l'ortolano alla giovane:

—Che si senta male? Oppure ho io detto nulla che non istia bene?—Zoraide che aveva pel capo tutt'altro, e neppur essa poteva ben definire quali pensieri, quali sospetti avesse, rispose con una stretta di spalle, e se n'andò, desiderando non meno di Ginevra d'esser sola; Gennaro rimasto ivi colla berretta in mano borbottava incamminandosi pe' fatti suoi.—Son tutte ad un modo! Chi le capisce è bravo!—

Ginevra intanto per una scaletta saliva in camera, ma ad ogni gradino le pareva d'avere il mondo addosso; le cresceva l'anelito, sentiva battere il cuore con tanta furia, che quasi si veniva meno. Diceva continuamente sotto voce: Vergine mia, ajutatemi; e crescendo l'affanno non potea dir altro che mio Dio! mio Dio! ed alla fine fu tale la stretta, che si sentì mancar le ginocchia e dovette sedersi al quarto o quinto scalino ove avea potuto giungere appena; e con un respirare interrotto e frequente, e la fronte molle d'un sudore di spasimo, pensava: Io non sarò mai viva domattina! Quantunque avesse sentito Zoraide andar per altra parte alla sua camera, e chiudervisi, ed essendo dopo il mezzo giorno sull'ore calde, sapesse le monache starsi ritirate a riposare nelle loro celle, pure il sospetto di poter esser trovata ivi e così sottosopra le dava grandissimo travaglio: e per fuggirne il rischio, deposto il pensiero di salir più in camera, risolvette invece d'andarsene, per la porticella del chiostro, in chiesa, ove s'avvedeva oggimai dover solo cercar ajuto e difesa contro i mali che la minacciavano. Così il meglio che potea si condusse fin là, ora attenendosi ai muri, ora facendo ogni opera per camminar come il solito, quando o vedeva qualche conversa girar per gli anditi, ovvero qualche monaca far capolino dalla finestra.

Nella chiesa non v'era persona: si buttò a sedere sul primo gradino del coro che si trovò vicino, e stette un buon pezzo col capo fra le mani ed i gomiti sulle ginocchia per riprender gli spiriti, e colla mente confusa in tanti pensieri, che si può dire non ne avesse propriamente alcuno.

Dietro all'altar maggiore si scendeva per otto o dieci gradini di marmo in una cappelletta sotterranea, ove cinque lampade d'argento ardevano dì e notte avanti un'immagine della Madre di Dio, dipinta sul muro da San Luca, per quel che si credeva da ognuno. I miracoli, che la fama diceva operati in questo luogo, erano stati cagione che si fabbricasse poi la chiesa ed il monastero. Il luogo era in forma d'un esagono, e nel lato rimpetto alla scala era l'altare e l'immagine; ad ogni angolo, una colonna, con un capitello a grossi fogliami di antica maniera, reggeva una delle spine della volta che al sommo si congiungevano tutte in un tondo di pietra come una macina, il quale aveva in mezzo un foro largo un braccio, chiuso da una ferrata, e rispondeva su in chiesa avanti la predella dell'altar maggiore. Un sottil raggio di sole che entrava per le invetriate a colori d'uno dei finestroni della volta, si facea strada per quel foro sino nel sotterraneo. Fra le tenebre diradate appena dalla luce debole e rossiccia delle lampade scendeva visibile il raggio formando in aria una striscia, e riproduceva sul pavimento i colori de' vetri e la forma della ferrata. Andò Ginevra a porsi ginocchioni a piè dell'altare, e, nel passare a traverso quel raggio, la luce riflessa dalla sua veste azzurra rischiarò a un tratto, come un lampo d'un lume pallido, tutta la cappella.

Cominciò a pregare colle mani giunte strettamente sul petto, e fisse le pupille a quella pittura, ed a poco a poco sentiva diminuir il batter de' polsi e calmarsi l'anelare del petto. Le sue preghiere non tanto distinte in parole, quanto concepite col cuore e cogli affetti, a poco a poco la ritornavano in calma.