Il giuoco delle colombe era finito; ed ognuno, ritrovato il suo posto, si stava preparando ai brindisi che si vedevano poco lontani.

Il duca di Nemours, seguendo l'uso di Francia, si rizzò, prese il bicchiere, e volgendosi a Donna Elvira, la pregò volesse tenerlo d'allora in poi per suo cavaliere, salva l'ubbidienza del re Cristianissimo. La donzella accettò e rispose cortesemente; e dopo molti altri brindisi parve tempo a Consalvo d'alzarsi, e seguìto da tutti i convitati uscì su una loggia che guardava la marina, ove spesero in ragionamenti le ore che ancor mancavano al fine di quella giornata.

La maggior parte di questo tempo Donna Elvira e Fieramosca lo passarono insieme. Pareva che la giovane non sapesse star un momento discosta da lui: se egli si allontanava, mescolandosi al resto della brigata e fermandosi in qualche crocchio, essa dopo pochi minuti gli si trovava accanto. Ettore, troppo sagace per non avvedersi di questa preferenza, per un giusto sentimento d'onestà non voleva fomentarla, sapendo che non poteva aver lodevol fine, ma legato dalla sua natura e dal dovere di Consalvo non poteva mostrarsi scortese. Molti s'avvidero di questo giuoco, e ne bisbigliavan tra loro sogghignando. Fanfulla che ancora si sentiva indispettito pel fatto della colomba, si rodeva di vedere il compagno in tanto favore, e quando poteva accostarsegli gli diceva mezzo ridendo e mezzo con istizza—Me la pagherai ad ogni modo.


[CAPITOLO DECIMOQUINTO.
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Al pian terreno, nella sala maggiore, che tutte le antiche rocche avevan per ritrovo degli uomini d'arme, era stato eretto un teatro formato all'incirca come i moderni, salvo che in quel tempo il sipario in vece d'alzarlo, s'usava lasciarlo cadere nel luogo ove oggi si tiene l'orchestra. Da una città vicina del littorale era stata chiamata una compagnia di comici ambulanti, che dopo aver passato il carnovale in Venezia, veniva da città in città rappresentando drammi e commedie, per ritrovarsi poi a Napoli per le feste di San Gennaro, od a Palermo per Santa Rosalia. Dovendo ora comparire innanzi ad un'adunanza così scelta, s'era preparata con ogni studio, onde lo spettacolo riuscisse gradito. Appena fatto[Pg 164] notte, s'allogarono gli spettatori, e tosto fu dato ordine d'incominciare. Mandata giù una gran tela che serviva di sipario, apparve un palco, sul quale, da un lato si vedea un portico ricco di colonne e di statue, e che mostrava esser l'ingresso di una reggia, sulla cui porta era scritto a lettere d'oro: Terra di Babilonia; e sotto di esso, seduto su un trono ed attorniato da' suoi baroni, un re collo scettro d'oro in mano, vestito alla foggia d'Oriente, con un gran turbante coperto di gemme, e sovr'esso la corona: nel mezzo una spiaggia di mare; e dall'altro lato, sotto un'alpestre montagna piena d'alberi e di rupi, era scavata una caverna, dalla quale un dragone usciva di tempo in tempo facendo vista di guardare una pelle d'ariete coi velli dorati molto rilucente, che stava appesa ad un albero vicino.

Accanto al re, su un trono minore, stava una donna alta, complessa, di bella faccia, vestita di raso rosso con due braccia di strascico ed un capperone di velluto nero alla francese; un falcione accanto ad uso di storta, ed in mano un libro ed una verga: era Medea.

Poco stante comparve sul lido una nave dalla quale scesero molti giovani in abito di soldati, e fra questi uno bellissimo, tutto coperto a piastra e maglia, salvo il capo: era Giasone; due giovani Mori gli portavano l'elmo e lo scudo.

Venuto avanti, e fatta riverenza al re, cominciò costui una parlata in versi ottonarj, che forse non sonarono troppo bene all'orecchie di Vittoria Colonna, come non soneranno a quelle de' miei lettori, e che cominciava così:

Di cristianità venemo,
Argonauti se chiamemo,
Al soldan de Babillona,
Che Dio salvi sua corona.