E seguitando su questo metro, diceva com'eran venuti per riportarne con loro il vello d'oro. A queste parole il re Oeta, dopo aver tenuto consiglio coi suoi baroni e colla figlia, rispondeva che era contento, e partendo lasciava sola Medea con Giasone.

Questi cominciava tosto a vagheggiar la donna, e domandandole il suo ajuto, le prometteva di condurla in cristianità, dove l'avrebbe fatta sua sposa e gran regina. Medea si lasciava facilmente piegare, e gl'insegnava certi incanti co' quali addormentare il drago; raccomandandogli sopra ogni cosa che, se voleva poterli usare, non nominasse Santi, nè facesse segni di croce, le quali cose li avrebber guastati. Come fu partita, Giasone volto ai compagni, diceva non essere opera di buon cavaliere combattere con incanti; e perciò voler prima tentare di vincere il drago colle armi, e ponendo mano alla spada, coprendosi collo scudo, che uno degli scudieri gli avea presentato, mentre l'altro gli allacciava l'elmo, veniva ad assalire il drago. Ma questo uscendo dalla caverna e vomitando fiamme si difendea così bene che, dopo una battaglia di pochi minuti, Giasone dovette rinunziare all'impresa. I suoi compagni allora con molte preghiere l'esortavano a servirsi degli incanti; ed egli così facendo riusciva ad assopire il dragone, e spiccava il vello senza contrasto. Ciò fatto, ritornava Medea sollecitando tutti per riporsi in nave con esso lei: si udiva allora nella terra dar nelle trombe e sonar cembali, chiarine ed altri stromenti moreschi. Poco dopo usciva un giovane a cavallo in abito saracino a sfidar Giasone, che accettava l'invito ed in pochi colpi l'abbatteva; e mentre volea salire in nave co' suoi, sopraggiugnendo Oeta colla sua baronia, e vista fuggir la figlia, e a terra morto il figlio Absirto, ordinava che s'impedisse agli Argonauti di partire. Medea allora cominciava i suoi incanti; l'aria si faceva oscura, e molti uomini, stranamente vestiti in sembianza di demoni, scorrendo colle fiaccole finivano coll'incendiar Babilonia; e portar con loro il re e tutti i baroni, nel tempo che si scorgeva in fondo gli Argonauti andarsene liberi al loro viaggio. Così finiva il dramma.

Quelli fra i nostri lettori che troppo s'invanissero della squisitezza de' moderni teatri, considerino che il talento, col quale oggi si sa in certi spettacoli cavar gli applausi degli spettatori, e che consiste nel disporre le cose in modo che finiscano sempre con qualche incendio, o qualche rovina, o coll'Olimpo, o col Tartaro, non è nuovo nella nostra età, ma serviva già le scene, ed era apprezzato dal pubblico del millecinquecento.

La compagnia alla quale si poneva innanzi questo spettacolo, benchè composta in parte di persone non prive di coltura, ne fu contenta, o almeno mostrò di esserlo. E per verità da comici di quella portata, ed in un luogo come quello in cui si trovavano, fu fatto anche troppo. Ma un'altra porzione fra gl'invitati alla festa, cui per la loro condizione inferiore non veniva permesso di frammischiarsi ai nobili e cavalieri, godeva intanto d'un altro simile spettacolo che le era stato preparato in cortile, e certamente con ischiamazzi e grida dava segni di una più viva approvazione.

Alcuni soldati spagnuoli avevan dimandato ed ottenuto la licenza di recitare anch'essi alla meglio una loro commedia nazionale; ed accomodato in un angolo del cortile un luogo con tavole e tele in foggia di teatro, da molti giorni s'erano andati esercitando, ingegnandosi ognuno d'imparare e portar bene la sua parte; ed avean messa insieme una commedia carissima agli Spagnuoli intitolata Las mocedades del Cid, che letteralmente significa le ragazzate del Cid, e più propriamente la sua giovinezza: dopo questa, se avanzava tempo, dovean recitare un Saynete a guisa di petite pièce, come soglion chiamarle i Francesi.

Mentre cominciava in castello l'azione drammatica che abbiam descritta, ebbe principio anche il secondo teatro, e l'udienza era numerosissima, composta di capisquadra, uffiziali, soldati, di molti abitanti, bottegai, e d'infinito popolo minuto. L'aristocrazia di questa adunanza sedeva assai comodamente presso al palco, ed a mano a mano che i raggi della folla si scostavano da questo centro si trovavan sempre individui di più basso stato, e di più povera apparenza; finchè si giugneva agli ultimi che erano monelli, e cenciosi di strada. L'ingresso del cortile era aperto a tutti, perciò la folla era grandissima; e se tutti egualmente per la situazione diversa non potevan godere del divertimento, quelli che ne stavan lontani si rifacevano collo schiamazzare, e cacciar urli e fischi che dai più vicini al palco eran uditi con segni di sdegno, ed inutilmente repressi con dei zitto, lanciati or da un angolo or da un altro, e che invece di servir di freno, eran piuttosto di stimolo ai perturbatori.

Fra tanta gente intesa a darsi buon tempo, s'aggirava un uomo che, non ostante la sua povera apparenza ed il vestire dimesso, aveva un viso ed un portamento che non permetteva di confonderlo colla rimanente turba; e nel suo aggirarsi irrequieto e sollecito, mostrava che il fine che qui lo conduceva era tutt'altro di quello di divertirsi. Quest'uomo era Pietraccio; che venuto sin qui senza ostacolo per ammazzare il Valentino e per avvertire Fieramosca del pericolo di Ginevra, trovandosi ora in mezzo a tutta questa confusione, rimaneva perplesso, conoscendo con quanta difficoltà gli sarebbe venuto fatto di trovar le persone che cercava. Stupirà forse il lettore, che un assassino condannato nel capo ardisse venire in città ed esporsi ad esser preso; e certo nel modo onde è composta in oggi la società sarebbe grave imprudenza. Ma gli uomini di quel tempo non avevano come noi leggi ed ufficiali di polizia tutti intesi a vegliare alla loro tranquillità; e Pietraccio, ora che la stretta nella quale s'era messo ammazzando il podestà era passata, poteva star sicuro in Barletta (tanto più essendo notte) come sarebbe stato in mezzo alle macchie fra' suoi. Ma qualunque sia la difficoltà dell'impresa ch'egli tenta, è troppo avvezzo a trarsi d'impaccio, e troppo bramoso di sfogare la sua vendetta, per non trovar modo di superare ogni ostacolo: lasciamone il pensiero a lui, e torniamo piuttosto ai principali attori della nostra storia.

Le due ore di notte non erano molto lontane, quando, finito il teatro, ritornò la comitiva nella sala ove aveva pranzato, la quale cambiata ora negli addobbi era destinata al ballo, e tutta splendeva d'infiniti lumi di cera disposti intorno intorno in gran candelabri, e nel mezzo in bellissime lumiere che pendevano dalla volta. L'orchestra, come al tempo del pranzo, stava sulle logge aperte in giro su in alto a due terzi dello spazio fra il pavimento ed il cornicione: oltre i sonatori, che ne tenevano solo un lato, vi s'era cacciata ogni sorta di gente di minor conto per essere spettatrice d'un divertimento al quale non potea prender parte.

Consalvo co' suoi ospiti e le donne sederono sopra uno strato posto ove dal muro pendevano le bandiere; ed il duca di Nemours alzatosi poi, tosto che fu piena la sala, e pregata Donna Elvira, incominciò la danza.

Com'ebber finito, e la giovane fu tornata al suo luogo, Fieramosca, volendo anche in questa occasione mostrarsi cortese, venne ad offrirle la mano, scusandosi anticipatamente sulla sua imperizia. La proposta fu accettata con visibile allegrezza; si unirono molt'altre coppie, e Fanfulla fra gli altri, non potendo aver Donna Elvira, scelse fra le molte donne di Barletta che si trovavano alla festa una che gli parve più leggiadra, e fece di situarsi in modo che in quella che chiameremo contraddanza, si trovasse accanto ad Ettore ed alla sua compagna. Lo studio, col quale coglieva a volo tutti gli atti e le parole di Donna Elvira, non dovette troppo riuscirgli grato: negli sguardi tremoli della giovane spagnuola si leggeva quanto le andasse a' versi il suo compagno; ed il suono degli stromenti, il moto, il prendersi per la mano spesso, e quella licenza che il ballo mette anche fra persone che in altre circostanze si tratterebbero a vicenda col maggior riguardo, avea prodotto nella figlia di Consalvo un'esaltazione di fantasia che poteva reprimere a stento. Ettore e Fanfulla se ne accorgevano egualmente; il primo ne provava rammarico, il secondo dispetto; e sempre, o con mezze parole o con occhiate d'intelligenza, tribolava Fieramosca, il quale non amando tali scherzi teneva un contegno serio, ed in parte malinconico, interpretato dalla donzella a suo modo, e questo modo era molto lontano dal vero.