Alla fine Donna Elvira con quell'arrischiata imprudenza, che era tutta sua, cogliendo un momento che teneva Ettore per la mano, si piegò verso di lui, e gli disse all'orecchio:—Finito questo ballo andrò sul terrazzo che dà sul mare; venite, che voglio parlarvi.—

Fieramosca, colpito dolorosamente da queste parole che gli mostravan imminente un gravissimo intrigo, accennò col capo di sì, un poco mutato in viso e senz'altra risposta. Ma sia che le precauzioni di Donna Elvira nell'abbassar la voce non fossero state bastanti, o che Fanfulla troppo stesse sull'avviso, il fatto si è che anch'esso udì quelle malaugurate parole, e bestemmiando in cuor suo la ventura che toccava a Fieramosca e non a lui, diceva fra denti: Che non vi sia modo di farla costar cara a questa pazzarella?

Ettore dal canto suo era combattuto da avversarj pensieri: non gli passava neppur pel capo di dar retta alle lusinghe della bella Spagnuola, prima per esser nel cor suo troppo viva l'immagine di Ginevra, poi, anche senza questo motivo, avrebbe avuto senno abbastanza per non volersi dar buon tempo colla figlia di Consalvo; ed essa con siffatti modi non sarebbe mai stata tale da giungere al suo cuore, chè non era Ettore di quelli, i quali in questo genere son sempre pronti ad afferrar l'occasione. Per un altro verso gli rincresceva di poter passare per iscortese, villano, e forse peggio; chè pur troppo fra le contraddizioni umane v'è quella di voler chiamar cattive certe cose, e sciocco e dappoco nello stesso tempo chi non le vuol fare. Durante il resto del ballo andò sempre lavorando colla mente per trovar modo di salvar, come suol dirsi, la capra e i cavoli; e dopo aver molte volte mutato progetto, alla fine vedendo che il momento s'avvicinava, si dispose risolutamente a correr qualunque rischio prima di esporsi a far torto a Ginevra. E pensando che essa, mentre egli si trovava fra quelle feste, era in un povero chiostro in mezzo al mare, abbandonata da tutti, e probabilmente col pensiero in lui, si struggeva d'aver avuto anche un momento altri rispetti maggiori dell'amor suo, e perciò, appena finito di ballar con Donna Elvira, sollecitò a levarsi da quel luogo, e pensando metter per iscusa uno di quei mal di capo che servivano nel secolo XVI, come servono nel XIX in tante occasioni, si disponeva a lasciare il ballo ed andarsene a casa.

I giovani, che avean preso parte a questa contraddanza, per essere più svelti e perchè tale era l'uso, s'eran tolto i mantelli che portavano sulla spalla sinistra, e gli avean tutti insieme deposti in una camera attigua rimanendo in giustacore e calzoni, per la maggior parte di raso bianco. Fanfulla ed Ettore eran vestiti di questo colore, e somigliavan per la statura e per il sott'abito l'uno all'altro perfettamente; solo riprendendo i mantelli si sarebbe notata fra loro una differenza: Fieramosca lo portava azzurro ricamato d'argento; quello di Fanfulla era vermiglio.

Ettore trovato Diego Garcia, lo pregava volesse scusarlo presso Consalvo e la figlia se pel dolor di capo era obbligato partirsi; e s'avviò alla camera ov'era il suo mantello: quando fu presso a varcar la soglia, in un momento in cui avendo la folla fatto un poco di largo, egli si trovava non aver presso veruno, si sentì batter sulla spalla una leggera percossa come d'un corpo sodo che cadesse dall'alto, e, guardandosi ai piedi ove era di rimbalzo caduto, fide una cartolina piegata che conteneva qualche cosa di grave. Guardò in su alla loggia d'onde pareva venuta, e vide che nessuno fissava lo sguardo in lui. Stava per passar oltre: pure si chinò, la raccolse, e spiegatala vi trovò dentro un sassolino che vi era stato posto solo per darle peso, onde gettandola si potesse dirigere. Vi era scritto in modo grossolano ed appena intelligibile: «Madonna Ginevra debb'esser rapita di Santa Orsola per volere del duca Valentino al tocco delle tre ore. Chi vi dà quest'avviso v'aspetta con tre compagni al portone di Castello, ed avrà una zagaglia in mano.»

Un brivido scorse ad Ettore fin nelle midolle dell'ossa, e gli si raddoppiò ricordando che le due ore e mezzo eran già sonate all'orologio della torre da un pezzo. Non v'era un momento da perdere: pallido come un uomo che ferito a morte faccia gli ultimi passi e stia per cadere, in un lampo trovò la porta, e giù a gambe per lo scalone si gettò a precipizio così come si trovava senza mantello e senza berretta, facendo restare maravigliati quanti s'imbattevano in lui; e correndo quanto poteva, giunse al luogo indicato con tanto impeto, che si dovette attenere per fermarsi al grosso anello di ferro del portone; l'arco dell'entrata era scurissimo; guardò ansando pel correre e per l'angoscia, quando, scostandosi dal muro contra il quale stava appiattato, venne avanti l'uomo della zagaglia.

La partita di Fieramosca dal ballo così a furia, e tanto mutato in viso, fu osservata da molti, ma non pensarono a seguirlo, udendo da Garcia il motivo che ne era stato addotto da Ettore medesimo. Inigo però e Brancaleone, che più degli altri lo amavano, non potendosi così di leggieri soddisfare, gli tennero dietro, e quantunque non lo potesser raggiungere, l'ebbero però sempre in vista, e furono al portone pochi momenti dopo di lui.

Trovarono Fieramosca che, afferrato Pietraccio, lo trascinava dicendo:—Andiamo dunque, presto, presto.—Vide i compagni, e disse loro con gran prestezza:—Se mi siete amici, venite meco ed ajutatemi contra quel traditore del Valentino; entriamo in un battello, siamo sette uomini, saremo presto a Santa Orsola.—Brancaleone, guardando sè ed i compagni, rispondeva:—E dove son l'armi?—Difatti nessuno di lor tre avea neppur la spada. Fieramosca dava in ismanie, batteva i piedi, cacciandosi le mani nei capelli e pareva presso ad uscir di senno. Allora Brancaleone, che al bisogno sapeva trovar parole e ripieghi diceva:—Tu Ettore va al mare con costoro, metti in ordine il battello e i remi, ed aspettaci: e tu Inigo vien meco;—e partì con lui correndo, mentre Fieramosca gli gridava dietro:—Presto, presto: son tre ore a momenti;—e quantunque i suoi amici non intendessero nè il senso di queste parole, nè il motivo di tanta fretta, conoscendo che dovea esser cosa di gravissima importanza entraron di volo nella casa dei fratelli Colonna e nella saletta terrena ov'eran l'armi, e spiccati dal muro giachi, elmi e spade per tre persone, con egual precipizio si cacciarono a correre, e l'ebber tosto raggiunto che già stava in barca: vi buttaron quelle loro armature, e saltandovi dentro Inigo ch'era rimaso l'ultimo con un piede appuntato alla riva la spinse in mare, ed arraffati i remi vi si curvavan sopra, e li facevan piegar per lo sforzo. Uscendo dai piccol porto che era dietro la rocca dovean passar sotto la torre dell'orologio: quando vi furono, s'udì su dall'alto quello scattare che fanno le ruote poco prima di batter l'ore. Il povero Ettore si curvò nelle spalle abbassando il capo con un moto istantaneo, come se avesse aspettato che quella torre gli cadesse allora allora sul cranio; dopo alcuni secondi il campanone diede i tre tocchi fatali, e se ne udì il suono cupo che, perdendosi nell'aria in oscillazioni decrescenti, venne debolmente ripetuto da un eco lontano.

Prima di veder l'esito del viaggio di costoro ci conviene per poco ritornare nella sala del ballo.

Fanfulla, che il caso o la sua astuzia avea reso padrone del segreto di Donna Elvira, s'era disposto in cuor suo di farselo fruttare, ma non sapeva trovarne il modo; finchè, vedendo partire con tanto impeto il suo preferito rivale senza mantello nè berretta, gli nacque un pensier pazzo; ed egli che mai non istava un momento in forse ove si trattasse di soddisfare un capriccio, che che ne dovesse venire, tosto più pazzamente si pose ad eseguirlo.