L’animoso giovane volgendosi tirò una punta al cavaliere: non potè passare il corsaletto del quale era armato, ma fu di tanta forza che la lama volò in pezzi; il percosso collo stringer le cosce comunicò l’urto al cavallo che già si reggeva mal sicuro sul fondo incerto del fiume, l’uno e l’altro andaron sotto in un tonfo profondo, ed uno scoppio di grida lodò dalla riva il bel colpo di Lamberto. Alcuni archibusieri del sig. Giovanni avevano intanto coi loro tiri fatto arretrare i nemici: a Lamberto non restava altro contrasto che quello del fiume. In quella vede riuscir dall’acqua assai lontano il capo del cavallo caduto che notava a salvamento, e a poche braccia il cavaliere, ma abbandonato in atto di chi abbia smarriti i sensi.

A Lamberto, che l’avrebbe poco prima morto a buona guerra volentieri, increbbe ora di vederlo affogare: volse la briglia verso lui stimolando il cavallo, mentre i soldati del sig, Giovanni accortisi del suo disegno gli gridavano con grandi schiamazzi==Lascialo bere!==Colui per sua fortuna non era nel filo della corrente, ma in uno spazio ove l’acqua ripercossa da un gomito della sponda si rivolgeva all’indietro; onde Lamberto ebbe agio di giungere ad afferrarlo per le coregge della corazza, e tirandoselo dietro spinse il cavallo di traverso nella corrente. Questa era profonda e rapida nel mezzo, il povero animale dovea portar quasi doppio peso, e poco mancò la carità di Lamberto non gli riuscisse fatale. Pure senza smarrirsi d’animo, preso colla sinistra il crine del cavallo che aveva appena il capo fuor dell’acqua, animandolo colla voce e col calcagno, riuscì alla fine, deviando però molto, a toccar l’altra riva.

Fu raccolto con gran festa dai soldati spettatori di quel bel fatto, e molti entraron nell’acqua per ajutarlo a sorgere, e togliergli l’impaccio di quell’uomo mezzo morto, che stesero sulla riva a bocca sotto motteggiando del bello sturione, com’essi dicevano, che aveva pescato.

Sopraggiunse in quella un giovane a cavallo di aspetto altero e di membra fortissimo, con un cojetto indosso, ed una rotella in braccio nella quale eran le sei palle in campo d’oro. Tutti s’allargarono riverenti, ed egli fermatosi presso Lamberto, il quale tutto grondante d’acqua (e dalle spalle stillava pure a gocce sanguigne) era scavalcato, gli disse con parlar tronco; ma sorridente ed amorevole.

—Chi sei tu, che combatti contro cinque uomini per gridar il mio nome?—

—Il mio è troppo umile e basso, perch’egli non giunga nuovo all’Ecc. V., rispose Lamberto, beato oltre ogni credere d’essere stato veduto in quella occasione dall’istesso capitano: ho però qui una lettera di Messer (nominò chi l’avea scritta) se pure l’acqua non l’avrà disfatta, che potrà dare all’E. V. contezza dello stato mio, e farle fede quanto sia grande in me il desiderio di venire ammaestrato in questa prima, e mirabile scuola della milizia italiana.

Nel dir queste parole sfibbiatosi da un lato il petto di ferro, si cercò in seno, e ne trasse una carta che l’acqua aveva però risparmiata in gran parte. Giovanni la prese, dicendogli:

—Quanto al venir ammaestrato, pare che poco ti faccia mestieri, tuttavia, vediamo.—

Mentre Giovanni de’ Medici leggeva, Lamberto sfogando a sua posta la smania che sentiva già da gran tempo di conoscere di veduta un così valente e riputato signore, ne ammirava la fiera presenza, l’atto del cavalcare, ardito e disinvolto, guardandolo con quell’appassionata venerazione che invade ogni anima generosa e ancor digiuna di gloria all’aspetto di chi è già fatto chiaro per grandi ed onorate imprese. Non avrebbe mai osato sperare la fortuna tanto amica quanto gli s’era mostrata in questo incontro; ed il trovarsi ora ad un tratto venuto in onore presso i suoi nuovi compagni, ben accolto e lodato alla loro presenza da un tant’uomo gli destava il senso d’una felicità troppo grande per non crederla un sogno. Col cuor palpitante, e gli occhi umidi per l’allegrezza, col viso adorno d’una cotal trepidazione, che riusciva più bella in chi pur ora avea dato segno di tanto ardire, aspettò immobile il fine della lettura.