Il capitano Puccino, al quale Lamberto era stato affidato, si fece avanti per condurlo all’alloggiamento.
—Andiamo, valentuomo, gli disse, l’acqua che ti gocciola d’indosso da quel che vedo non è chiara per tutto.—
—Nulla, nulla, rispose Lamberto, una leccatura qui nella spalla.... Lasciatemi prima dar un’occhiata a quel balestriere che ho fatto prigione.... s’egli è di qua o di là.—
Itosene in così dire ove l’avean dapprima posto a giacere, lo trovò in mezzo a un cerchiello di soldati, e già s’era levato a sedere, nè pareva lontano dal riprender del tutto gli spiriti e le forze.
Mentre Lamberto nel fiume s’ingegnava di trarlo a riva, que’ soldati vedendo il suo pericolo e la fatica che durava, avean detto tra loro: «Costui vuol far la fine di Francesco Sforza!, il quale per voler ajutare un suo paggio che s’annegava nel fiume Pescara, vi rimase egli stesso annegato.»
Visto poi che il giovane n’usciva ad onore, uno cominciò a dire «Evviva Sforza!» e un altro: «bravo Sforza» e «ben venga Sforzino» e così per quel bisogno di soprannomi che s’aveva allora in Italia, tanto più tra le milizie, ed anche ignorandosi da loro il nome di Lamberto, gli rimase quello di Sforzino, che non andò più giù fin che visse, e che ricordando un suo bel fatto, egli udiva volentieri.
—Vieni qua Sforzino, disse ridendo uno di costoro, chè questa volta hai guadagnata la taglia d’un principe.
Accostatosi Lamberto, vide che faccia principesca avesse costui. Era un omotto piccolo e tarchiato, con una faccia tonda e scimunita; capelli e baffi biondi come lino cardato, e quanto all’arme ed alle vesti in poverissimo arnese.
—A noi, compare, disse Lamberto sorridendo anch’esso, sentiamo chi tu sei, e come hai nome.—
—Io, signore, star pofere soltate sguizzere, venir in Italia con capitano Altsax: perchè cretute qui befer molto pon fino: e in contrario befuta molta acqua....—