E seguitando su questo fare diceva esser del cantone di Zurigo, chiamarsi Maurizio Schuber, e non poter pagar riscatto, poichè era, pofere soltate; ma esibirsi pronto a seguir sempre come famiglio quegli che oltre l’averlo abbattuto, l’aveva poi campato da quella maladett’acqua che tanto detestava.

Lamberto gli oppose, che non essendo neppur esso ricco soldato, non potrebbe seco toccar stipendi: ma lo svizzero protestando non potersi scioglier giammai dal grand’obbligo che gli aveva, essendo per opera sua campato da quella morte acquatica, sopra ogn’altra funestissima, volle in tutti i conti seguir la fortuna del suo liberatore. Questi distinguendo pure nelle sue rozze parole una cotale schietta e leale semplicità, avendolo anche conosciuto alla prova per uomo ardito e da dir la sua ragione coll’armi in mano, si risolse accettarlo.

—Capitan Puccino sono con voi—disse volto alla sua guida, e s’avviarono tutti e tre all’alloggiamento, mentre que’ soldati motteggiando Lamberto gli andavano dicendo:

—Evviva Sforzino! Hai fatto un bel guadagno, invece di taglia, avrai a dar le spese a questo poltrone!....—

Il castello ove il sig. Giovanni avea invitato Lamberto ed il capitan Puccino, era lontano tre miglia. Sorgeva sul ciglio d’una ripa sparsa di boscaglie e sovrapposta ad acque stagnanti, avanzi d’innondazioni dell’Adda, che gli agricoltori, sbattuti sempre dalle guerre, non avean nè tempo nè mezzi d’inalveare. Intorno al castello molte povere case di villani, la più parte coperte di paglia, formavano un piccol borgo detto Casirate.

Il capitan Puccino, e Lamberto col suo nuovo famiglio vi giunsero sulle ventitrè e scavalcaron tutti (chè que’ soldati avean per loro umanità ripescato allo svizzero anche il cavallo) nel cortile del castello. Era un recinto irregolare, composto di edificj di varie forme, circondato da una fossa e dominato da un torrione quadrato e massiccio che s’ergeva sull’orlo della ripa. Quivi era la stanza di Giovanni de’ Medici, e, per usare la parola moderna, il suo quartier generale.

Poichè Lamberto fu ben rasciutto ed ebbe medicata la piccola ferita della spalla venne condotto in una gran sala terrena, ov’era apparecchiato per forse una trentina di persone, chè il sig. Giovanni splendido e generoso teneva tavola di continuo ai suoi caporali. Egli ricevè il giovane come persona d’antica dimestichezza, salutandolo colla mano, e voltosi al castellano Galeazzo Menclozzo barone della terra, ed a molti ufficiali ch’erano già radunati per la cena, raccontava loro il bel fatto del guado di Rivolta.

Giunsero a poco a poco gli altri invitati, vennero le insalate in gran piattelli, secondo l’uso del tempo, che voleva s’incominciasse da questa vivanda, ed ognuno si pose a mensa.

Chi vuol avere il perfetto ritratto di Giovanni de’ Medici, aggiunga due baffi castagni alla testa di Napoleone, e la ponga su un corpo grande e robusto.

Lamberto pareva non si potesse saziar di guardarlo, e considerando poi ad un per uno tutti quanti eran seduti a quella tavola, notando i visi arditi e sdegnosi, le robuste membra, l’atteggiarsi marziale de’ suoi nuovi compagni si sentiva così contento, ed aveva questa contentezza così chiaramente dipinta in viso che il Puccino indovinò i suoi pensieri.