—Che te ne pare eh? Sforzino? Ti so dire che ti puoi vantare d’aver cenato stasera coi primi bravi d’Italia. Vedi quello a destra del sig. Giovanni, è Orazio Baglione, figlio di Pagolo e fratello di Malatesta, che è stato un pezzo co’ Veneziani. L’altro a sinistra, quel piccolo con que’ due occhi tutti pepe, è Ivo Biliotti. Sampiero da Bastelica è quell’altro. Codesto lo conoscerai, è nostro fiorentino, Cecchino del Piffero lo chiamiamo noi, ma egli è de’ Cellini. Il fratel suo è assai buono orefice: gli sta però meglio in mano la daga che il cesello.—
Lamberto s’era accorto che tra mezzo a costoro, giù in fondo alla tavola, v’era una donna; vestita com’era da uomo, ed all’incirca simile agli altri, non dava nell’occhio così alla prima. Osservandola poi più minutamente, certe trecce di capelli neri che in parte si mostravano sotto una berretta rosata ad orlo frastagliato che portava sull’orecchio alla brava; il petto colmo non del tutto celato da un farsetto a liste nere e rosate, palesavano chiaramente il suo sesso. Il solo viso non avrebbe forse bastato a darne contezza, chè poteva anche star bene ad un bel giovane di diciotto anni. Il balenar rapido e protervo delle pupille, le risa sfrenate, ed un certo che d’impudente in ogni moto, in ogni atto, mostravano poi tutt’altro che femminile ritegno.
Il viso, considerato attentamente, ed un po’ a lungo, si ricomponeva per dir così, tratto tratto: lo sguardo allora cadeva spento e sinistro sugli astanti, le labbra tumide e colorate si chiudevano togliendo alla vista due file di denti bianchissimi, e divenute pallide e sottili parevano esprimere tutt’altri affetti, ben più profondi di prima: sprezzo, dispetto, ironia, ira e dolore talvolta. E quando meno l’aspettavi, ecco di nuovo ricomparirle sul viso una gioja ebbra e sfrenata: si sarebbe creduto che due anime albergassero in quel corpo a vicenda.
Lamberto accennando ad essa coll’occhio, disse al Puccino sorridendo:
—Anche codesto bel giovane è uno de’ primi bravi d’Italia?—
—Quello, o per dir meglio quella giovane, (chè vedo sei un buon bracco e tosto hai scovato il lepre) non ha forse paura di quanti siam qui, coll’arme in mano. Essa è la più nuova creatura che tu vedessi mai; uomo, donna, soldato, cortigiana.... questo, proseguiva ridendo, questo, cred’io più di ogni cosa. Ma non delle solite, che ora è di tutti, ora di nessuno: ora ride, si dà buon tempo, e fa un chiasso del trentamila, ora non le si può dire che begli occhi avete in fronte, chè non risponda una carta di villania; ora amorevole, ora perversa come la versiera. Io dico che n’ha un ramo. Certi voglion vedervi sotto di gran cose (chè non si sa di dove sia scappata fuori) voglion che sia.... che sia.... che so io? Ne dicono tante!.... a me, a guardarla in viso.... mi par sangue di zingani, ma, quel che è certo, è mezza pazzericcia; per non dir pazza intera.
In questa il sig. Giovanni, cui poco durava la pazienza a star a tavola, s’era alzato ed insieme la maggior parte de’ convitati ch’eran seco usciti in cortile. Alcuni ne rimaser seduti; e tra gli altri Lamberto che stava udendo il Puccino, e la donna che badava a sghignazzare co’ suoi vicini. Il giovane avvezzo in casa di Niccolò all’austera virtù de’ Piagnoni, coll’immagine pura della Laudomia dipinta nella mente e quella di Lisa scolpita nel cuore, osservò costei qualche momento, ma quantunque nell’età ove i sensi più facilmente s’infiammano, la guardò con ripugnanza, e fece l’atto d’alzarsi per andarsene.
—Sta qui con noi Sforzino, disse il capitano Cattivanza degli Strozzi, che era seduto accanto alla donna. Sta qui, che la signora Selvaggia ti vuol conoscere.—
Visto poi che il giovane non mostrava una grande smania di far quella conoscenza, proseguiva:
—Eh vien qua! e sebbene sei nato di Piagnoni, una bella donnetta t’ha ella a parere il diavolo? O temi tu che il suo fiato non t’appesti? Eppure sento dire, che in Firenze dopo che fecero arrosto Fra Girolamo, le damigelle dal velo giallo[25] menan la coda più che mai; sicchè e’ non ti dovrebbe parer cosa nuova...—