Lamberto sentendosi pungere dall’ironia che era in queste parole alzò le spalle avviandosi per uscire, e disse:
—Mal abbian le cortigiane, e chi.... ma non potè finir la frase, chè tutti urlando e schiamazzando: «Uh Piagnone! bravo Piagnone! evviva il Piagnone!» gli tagliaron le parole. A questa tempesta tornò indietro, che già era presso l’uscio.
Fermatosi ritto di contro la tavola e fissando negli occhi il Cattivanza, senza mostra di stizza, che però l’aveva, disse:
—Oggi è il primo giorno ch’io mi trovo in questa tanto onorata compagnia, e però è dovere ch’io mi mostri modesto, e sebbene voi mi diate la baja, forse più che non mi si converrebbe, neppur per questo mi voglio adirare con esso voi. Vi dirò solo, che d’esser nato di Piagnoni me ne vanto. Di seguir la dottrina del beato Fra Girolamo, volesse Iddio che io potessi vantarmene com’io vorrei: e, per dirvene la ragione chiara chiara, egli è perchè e’ cercava colla gloria di Dio, la libertà del popolo di Firenze, dove invece i suoi avversarj l’hanno riposto in servitù. Io vi concedo ch’egli poco si dilettava di cortigiane, dove quelli che l’hanno morto se ne dilettano assai. A voi pare forse ch’egli avesse il torto; ed a me pare ch’egli avesse ragione, chè non tutti i cervelli la pensano a un modo. E quanto al pensare sappiate, capitan Cattivanza, che io stimo messer Domeneddio, abbia fatto dono agli uomini d’un cervello per uno, senza lasciarne un solo sprovvisto, col proposito espresso che ognuno si valga del suo.
Chè dove fussi stata sua intenzione che un cervello solo servisse per parecchi uomini, e’ non avrebbe durata tanta fatica, ed a tutti coloro che n’avessero avuto a far senza, avrebbe posto nella memoria semi di zucca, o qual altra cosa costasse meno.—
A questo punto molti non si poterono tenere di non ridere, e Lamberto, che prima pareva sopraffatto da chi lo dileggiava, veniva a poco a poco riprendendo il suo vantaggio nella mente d’ognuno.
—Poichè dunque, proseguiva, questo benedetto cervello, Iddio l’ha dato anche a me, lasciate che l’usi come mi vien bene. Io so benissimo che tra’ soldati è costume darsi buon tempo con quante donne s’incontrano; nessuno potrà dire però che chi non fa così non debba esser tenuto buon soldato e valente della sua persona, ed a chi lo volesse affermare, potrei di leggieri farlo avveduto dell’error suo. Ora dunque che siam d’accordo su questo punto, che si può pur esser uom da qualcosa e non impacciarsi con meretrici, sarete contento, capitan Cattivanza, e lo stesso dico a tutti gli onorati gentiluomini che ora sono miei compagni d’arme, sarete, dico, contenti tenermi per buon fratello, parato ad ogni vostro comando, ma quanto all’esser io Piagnone, al fare o non fare questa o quell’altra cosa, vogliate, vi prego, lasciarne il pensiero a me, ed in tutto il resto abbiatemi sempre per cosa vostra, apparecchiato ad ogni vostro piacere.—
Confessare le proprie opinioni in faccia ai coltelli, o alle mannaje, è forse meno difficile talvolta che professarle apertamente in faccia a chi v’oppone lo scherno ed i motteggi. A questo paragone si conosce un cuore veramente alto e generoso; e quel di Lamberto era tale.
—Che vuoi che ti dica? rispose il Cattivanza, tra il persuaso e il dispettoso; hai ragione! Che sappi menar le mani l’abbiam veduto; sicchè qui non c’è contrasto. Quanto al resto aggiustala a tuo modo, per me poco mi cale, e nessuno qui ti darà fastidio, che, viva Dio, sei un giovin dabbene.... vien qua, beviamo e siamo amici.—
—Col cuore e coll’anima, rispose Lamberto prendendo la mano che gli offriva il suo avversario, e poi un dopo l’altro quella di tutti. Empiuti i bicchieri li votarono in pace e concordia, e Lamberto rimase presso di tutti in miglior concetto di prima.