Il capitan Puccino il quale, mentre Lamberto parlava con sì poco rispetto della signora Selvaggia e sue consorti, gli era andato sempre facendo qualche cenno, o dicendo a mezza bocca, «Bada! bada a te Sforzino!» soggiungeva ora battendogli sulla spalla:

—Ringrazia Iddio che sei un bel giovane, se un altro avesse detto la metà di quel che hai detto tu, avrebbe saputo presto quante dita sia lunga quella lama pistolese che porta al collo la signora.—

Ed additava un bel pugnaletto ch’ella aveva sul petto appeso ad una catena d’oro.

Il Puccino non s’era però apposto giudicando i pensieri della Selvaggia. Le parole di Lamberto invece di farla adirare, avevan impressa sul suo viso quell’espressione cupa e profonda che accennammo poc’anzi. Durante tutta la quistione era rimasta coll’occhio basso senza aprir bocca. A questo punto alzò il capo, e serrando le ciglia verso il Puccino disse:

—Che cosa sai tu di quel ch’io pensi? E se costui mi paja un bel giovane, o no? E s’io mi rechi a vergogna ciò ch’egli ha detto? Non t’impacciar del fatto mio tu! Che sempre mi sei parso un asino, ed ora più che mai.—

—Tempo cattivo! disse ridendo il Puccino, e preso pel braccio Lamberto pur seguitando a ripetere, «tempo cattivo! Temporale in aria!» lo trasse fuori in cortile.—

—Lascialo andare, e faccia pure il santo a sua posta, disse il Cattivanza alla donna, e noi attendiamo a darci buon tempo, anima mia. Uh! benedetti quegli occhi ladri! Ch’io ti voglio un bene ch’i’ me ne muojo!—

Ed in così dire volle cingere colle braccia la vita snella della Selvaggia, la quale gli rispose con la mano in sul viso, e non picchiò per ischerzo.

—Fatti in costà, che tu m’hai fradicia!—disse alzandosi per andarsene.