—Oh! sta a vedere che tu pure ti fai Piagnona. Se ti vedessi mai far segno di croce, e’ sarebbe il primo alla fediddio.—

Questa risposta dello Strozzi non fu però udita dalla donna, che senza più badargli era scomparsa. Anch’esso cogli altri si tolse allora di là andando ognuno pel fatto suo, chè già principiava a imbrunire: non lasciava però egli di brontolare esclamando: Sforzino faccia pure il Piagnone quanto vuole... suo danno... ma se punto punto vedo che questo male s’appicchi, l’avremo a discorrere.—

Dopo due giorni il campo si mosse verso Mantova, col proposito di far testa ai tedeschi di Giorgio Frondsperg che, in numero di quindicimila uomini, seguivan l’usanza vecchia di vivere a discrezione alle spalle degl’Italiani. Si noti che in questi casi il vocabolo discrezione, suona indiscrezione. Le bande del sig. Giovanni, in pochi alloggiamenti e dopo qualche scaramuccia di lieve momento, si trovaron sul Po presso a Governolo. Lamberto, per la via, facendo l’uffizio di buon soldato quando si offerse l’occasione, e quando le cose procedevan quietamente, mostrandosi solazzevole e buon compagno, s’era comprata la benevolenza de’ suoi camerati, coi quali piacevolmente più volte era tornato sui medesimi discorsi fatti alla cena in proposito della Selvaggia.

Ella avea bensì tenuto dietro all’esercito, ma senza mai cavalcare di compagnia con alcuno, nè far motto a persona. Lamberto la vide due o tre volte trascorrergli accanto su un cavallo turco veloce e leggero come un cervo, con un cojetto indosso ed una zagaglia in mano, e tosto sparire tra la polvere sollevata dalla moltitudine che seguiva la strada maestra. Un giorno che alcuni scoppiettieri tedeschi fecero un poco di testa e convenne rompersi, la vide un tratto uscire correndo dal folto dell’archibusate, e passandogli accanto senza fermarsi gli gridò: S’io non valgo per donna, valgo per uomo, e via come una saetta.

Passati alcuni giorni il valoroso e sventurato Giovanni de’ Medici, colpito in una gamba da una palla di falconetto, fu portato a Mantova, ed in breve spazio di tempo passò di questa vita. Le sue bande piansero amaramente la morte di quello che era stato tra essi il primo per ardire più che per grado, vestitesi a bruno ebbero d’allora in poi nome di Bande Nere, e mantenendo viva tra loro la memoria de’ precetti e degli ordini del loro capitano, furono sempre il terror de’ nemici, e sempre, ovunque percossero, rimasero vittoriose.

Lamberto che aveva sperato, seguitando la fortuna del sig. Giovanni, salir presto a quel grado d’onde con suo onore potesse poi rivolgere il pensiero alla Lisa; che all’ammirazione accesa in lui da gran tempo dalla fama delle sue imprese, univa ora per esso un affetto nuovo e vivissimo generato dalla cortesia colla quale n’era stato accolto, provava doppio dolore e non sapea a qual partito appigliarsi. Quantunque Orazio Baglione avesse ottenuto il comando delle bande, e fosse pur uomo da guerra di molto grido, temeva Lamberto non s’avessero a risolvere, o almeno a perder molto della loro riputazione e quantunque ciò in effetto poi non avvenisse, il suo sospetto non era però del tutto fuor di proposito.

Venne tratto da questa perplessità da uno strano incontro ch’egli ebbe colla Selvaggia.

Egli non era sì poco accorto da non essersi alla prima avveduto che costei gli avea posti gli occhi addosso, ed avea fatto disegno sopra di lui. Diceva tra sè ridendo: «io non son tordo pel tuo carniere!» pensandosi fosse suo solo proposito tentare, com’è costume delle cortigiane, di spillargli i danari. Siccome quanto a questo si sentiva sicuro non n’aveva un pensiero al mondo.

Una sera uscito un trar di mano dagli alloggiamenti, sedutosi sulla riva sabbiosa del Pò, volgeva gli occhi al sol cadente che stava per nascondersi dietro folte e lunghe file di pioppi onde era coperta la riva opposta. Mirava scendere placida e maestosa la corrente del fiume, che facea tremolo specchio agli alberi, ed all’infocato chiarore dell’occidente.

Ripensava in cuore le belle sere d’estate in riva all’Arno, quando fuor della porticciuola passeggiava lungo la sponda e vedeva il sole tramontar dietro le colline d’Artimino. Si ricordava che da quei luoghi volgendo a tergo lo sguardo verso oriente avea tante volte considerato quanto bella ed augusta si mostrasse Firenze all’ultimo raggio del sole, co’ suoi palazzi bruni e merlati, le sue innumerabili torri, i suoi ponti, le sue chiese. Vedeva colla fantasia la gran cupola di Santa Maria del Fiore, e la palla dorata che da lontano, quando il sole la ferisce di costa, pare una stella che si sia posta sulla sua cima; vedeva il campanile di musaico del Giotto, l’altissima torre di Palazzo, ed al sommo il Leone rampante della repubblica volgersi a seconda de’ venti; e pensava: «ti sei piegato, è vero, a molte tempeste, ma sei pur sempre costì!»