In questi pensieri la povera giovane era uscita affatto di sè.... Dio sa quanto tempo rimase in questo stato. Quando le tornò la facoltà di pensare, di riflettere, l’alba spuntava all’oriente, riconobbe la riva del Po, le trabacche degli alloggiamenti, si guardò attorno smarrita, domandò a se stessa: «Che fo io qui? dove mi trovo? chi sono?...». Una voce poco lontana (eran soldati che venivano ad abbeverare cavalli al fiume) rispose con uno scroscio di risa:

—Sei cortigiana delle Bande Nere, ecco chi sei!—

La poveretta mise uno strido e si cacciò a fuggire....

Un anno dopo, nel mese di aprile, l’armata di Filippino Doria veleggiava sul mezzogiorno per le marine d’Amalfi, volte le prore a Capri ed al capo Campanella. Erano 15 galere, colle quali il nipote d’Andrea teneva guardato il golfo di Napoli affinchè nessun soccorso potesse giungervi agl’imperiali che v’erano assediati da Lautrec. Il loro vicerè Ugo di Moncada, volendo ad ogni costo far libero il mare, avea stabilito affrontarsi con Filippino, e moveva colle sue galere, sulle quali avea fatto salire il fiore della nobiltà e delle genti spagnuole, in cerca del nemico; questi, saputo il suo disegno, stava apparecchiato a riceverlo.

Gli ordini della guerra marittima, la forma delle navi, tutto è mutato oggigiorno. La galera del medio evo è scomparsa dai mari. Nella darsena del porto di Genova una ne galleggia ancora in un angolo senz’alberi, abbandonata, tutta sdruscita e sconnessa: l’intemperie, gl’inverni, la pioggia avranno tra pochi anni distrutto e fatto scomparire del tutto questo unico simbolo della passata potenza de’ Genovesi. Perchè non salvan essi almen l’ultimo di que’ legni veloci sui quali corsero arditi e vittoriosi per tanti secoli le marine d’Italia e di levante? O Genovesi, vorrete voi che si perdano questi segni della vostra gloria, che è pur gloria d’Italia, che è nostra? Poichè avete con tanta vostra virtù aggiunta questa all’altre sue palme, serbatene la memoria, mantenetene l’ultime reliquie. L’onor d’Italia ve lo domanda, gl’Italiani ve ne scongiurano, o Genovesi!

Il naviglio di Filippino si moveva lentamente verso l’alto mare spinto da un leggiero levante, che feriva di fianco le larghe vele latine tutte spiegate per riceverne il soffio debole ed interrotto. I remi sospesi rimanevan alti sul mare, e le galere, ora poggiando sul fianco quando il vento incalzava, ora di nuovo rizzandosi quando veniva meno, solcavano il mare con un lento e maestoso ondeggiare, e tacite si preparavano alla battaglia.

Nessuna alterazione, nessuna confusione appariva per questi apparecchi: quei soldati, que’ marinai non sapevano da gran tempo che combattere fosse altro che vincere. Sulla prora, ove il tremendo cannone di corsia apriva, tra quattro pezzi di minor calibro, la sua gola ampia ed affumicata verso il nemico, i bombardieri, dopo averlo caricato colla sua palla, che pesava talvolta sessanta libbre, sedevano ragionando tra loro, e taluno, pel caldo del meriggio, velava gli occhi e così un poco veniva sonnecchiando.

Gli archibusieri, che nella battaglia soleano schierarsi sul tavolato che copriva le artiglierie, detto castello di prora, stavano armati di corsaletti, cosciali, cappelli di ferro, appoggiandosi ai loro scoppietti od alle forcine, tenendo in mano le corde accese pronti a dar fuoco; dietro a loro altri fanti con picche, alabarde, partigiane ed arme in asta coi ferri quali a falce, quali uncinati, quali larghi e diritti. Alcuni tenevano levati in ispalla lunghi spadoni a due mani colla lama serpeggiante, v’eran targhe e rotelle, che oltre il servir di difesa poteano anche offendere coll’acuto e forte ferro che avean fitto nel mezzo, si vedeva insomma tutta la moltiplice varietà d’armi e d’armature che le robuste braccia de’ padri nostri ed i loro fortissimi petti, reggevano ed adopravano senza disagio gl’intieri giorni sotto la sferza del sol Lione, e che la gioventù de’ tempi nostri, avvolta nella robe de chambre, sdrajata sul seggiolone alla Voltaire, contempla nelle sue sale appesa ed ordinata in polverosi trofei.

La corsia della galera, spazio largo quattro braccia, che si tendeva da poppa a prora tra le due laterali turbe de’ remiganti, era stivata anch’essa di soldati, i quali a guisa di retroguardo stavan pronti a spingersi avanti ove i primi cadessero, ovvero, vincitori nell’arrembaggio, fosser saltati sul legno nemico. Gli uomini delle ciurme, a cinque per remo, nude le braccia, e l’intero busto talvolta, legati alla panca sulla quale sedevano, con catene che non dovean sferrarsi che dal loro cadavere, erano schiavi turchi la maggior parte: delinquenti condannati al remo, prigionieri di guerra: (atroce costume!) e sulle galere d’Andrea, eran più di tutti spagnuoli. Quanti ne poteva aver nelle mani, tanti ne metteva al remo, chè egli odiava sopra tutti la loro nazione[26].