Per questa miserabil ciurma l’imminente battaglia era un fatto ordinario, un giuoco al quale la vita serviva di posta: perdendola, uscivan di mille travagli; serbandola, godevan anch’essi in qualche menoma parte i frutti della vittoria, chè i loro feroci padroni in queste occasioni eran larghi con essi di miglior cibo e di vino.

Il coraggio tuttavia che mostravan quest’infelici all’appressarsi della battaglia, era, più che altro, la cupa rassegnazione de’ disperati. O le palle dell’artiglierie nemiche traversassero la loro folta, o percuotendo nel corpo della galera la mandassero a picco, o, come spesso accadeva, questa venisse incendiata, essi non vedean che la morte. Certa, atroce, senza difesa, senza potersi, incatenati com’erano, in verun modo ajutare, senza provare veruna di quelle impetuose passioni che fanno agli uomini parer men duro il morire, potean essi sentire amor di patria, furor di parte, superbia del vincere, onore guerriero? Neppur quel sanguinario e bestiale istinto che spinge uomo contro uomo nel furor del combattere, neppur di quest’ebbrezza potevan giovarsi. Mentre i soldati, i marinai, gli uomini liberi della galera potevano muoversi, agitarsi, combattere, procurare in qualche modo la vittoria o lo scampo, ad essi toccava vogare e tacere, e lasciarsi uccidere o mutilare sempre tacendo e vogando, chè ad ogni atto meno servile li aspettava il nerbo e talvolta la daga dell’aguzzino.

Indietro, sulla poppa che s’alzava in pendìo, coi lati scolpiti al di fuori, rabescati, dipinti e dorati soventi volte; coperta di belle cortine a nappe e drappelloni, cui reggevano cerchi in traverso e tre aste pel lungo, in questo luogo eminente stavano il capitano della galera ed i principali uffiziali delle milizie imbarcate. Qui, sopra l’ultima punta, che rimaneva sospesa sul mare assai indietro dal corpo della nave, eran tre gran lampioni che s’accendevan la notte. Qui sventolava la bandiera di Genova, la Croce rossa in campo bianco, e questa medesima impresa si vedeva sulle banderuole e le fiamme che in gran numero adornavano le antenne e gli alberi della galera.

Armi, remi, sarte, ciurme, marinai, soldati, ufficiali, tutto era pronto, tutti erano ai loro posti, la maggior parte fissando gli sguardi alla gaggia dell’albero maestro, d’onde un marinajo di guardia doveva gridar all’erta! tosto che vedesse il navilio nemico. L’onda larga e cerulea rifletteva nel suo concavo la tinta purpurea de’ remi e de’ lunghi fianchi delle galere, le dorature della poppa, il bianco delle vele, il lampeggiare dell’armi, i varii colori de’ pennoni, delle bandiere, e quelle tinte riflesse parevan più vivide pel contrasto delle candide spume che le attraversavano prodotte dal solcar delle carene.

Cinque galere, distanti 50 braccia l’una dall’altra, formavano la battaglia: tre s’erano allargate in mare per tornar poi sul fianco, od alle spalle del nemico, quando fosse incominciata la musica. Molti legni minori armati ottimamente si teneano sui lati per nuocer co’ tiri delle moschette e degli archibugi.

Sul castello di prora della capitana stava ritto Lamberto con un morione in capo in cima ai quale era fissa una lunga penna color d’amaranto. Il busto, le braccia e le cosce eran coperte di ferro brunito e misto a strisce d’oro. Le calze larghe sopra il ginocchio, strette sulla gamba, del medesimo color della penna: in braccio una rotella foderata di velluto trapunto, e nella destra una spada larga quasi un palmo presso l’elsa, forte ed acuta sulla punta, con un’iscrizione lungh’essa che diceva: Prœmium virtutis; arme guadagnata da lui col suo valore, chè il tempo saltato a piè pari da noi con tanta disinvoltura, egli non l’avea nè giuocato, nè trascorso colle mani alla cintola.

Anche prima d’aver colla Selvaggia quell’incontro notturno che abbiamo narrato si sentiva spinto, come dicemmo, a cercar la sua ventura altrove. Dopo averla udita ed aver conosciuto qual tempra ardente avesse costei, che difficilmente si sarebbe tolta dal proposito di volerlo ad ogni costo far suo, stimò più sicuro e più onesto partito lasciare il campo, e preso tosto commiato da Orazio Baglione uscì la mattina dopo col suo servo svizzero dagli alloggiamenti.

S’egli avesse voluto condursi cogl’imperiali avrebbe potuto aggiustar bene i fatti suoi. Ma egli stimava che alla fortuna di Francia andasse unita quella di Firenze. Pensava che l’animo di Carlo V, fosse dominare l’Italia, e quello di Francesco I e de’ Francesi, donarle la libertà. Povero Lamberto, si vede bene che era giovane!

Il più rinomato de’ capitani italiani che seguissero le parti di Francia era in quel tempo, senza contrasto, Andrea Doria. Lamberto, dopo non molti giorni, fu a Genova, ottenne di seguirne la bandiera, e salì sulle sue galee che si movevano per cercare e combattere l’armata che Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, conduceva dalla Spagna sulle coste del regno di Napoli. Nella battaglia ove questi fu vinto e volto in fuga, Lamberto, sotto gli occhi d’Andrea, saltò il primo sulla capitana nemica, ed ebbe, in premio di questo fatto, la bella spada che brandiva ora aspettando di combattere per la seconda volta lo stesso nemico.