Nel poco tempo passato col signor Giovanni avea scritto una volta a sua madre ed a Niccolò; un’altra lettera avea mandata da Genova prima d’imbarcarsi, ma in quel tempo non v’eran le poste ordinate come al dì d’oggi, ed una sola volta egli avea potuto, dopo molto tempo, ricevere una risposta di Niccolò. Quantunque vivere così al bujo di ciò che più strettamente gli premeva fosse per lui doloroso oltremodo, si consolava però pensando di quanta gioja gli sarebbe stato cagione il ritornar poi improvviso, e degno d’offrir la sua mano alla Lisa.

Bastino questi pochi cenni per non lasciar nella vita di Lamberto una troppo lunga lacuna. Ora torniamo all’armata di Filippino.

Il sole scendeva già verso l’occidente, ed il capitano genovese pensando che per quel giorno non avesse più a mostrarsi il nemico, stava per dare il cenno di volger le prore a Salerno, quando dalla gaggia della galera sulla quale era Lamberto fu gridato con voce lunga—Vela a Maestro!—Un sordo mormorìo, un fremito, un agitarsi senza confusione tra le ciurme e i soldati, tenne dietro a questo grido, e nel tempo stesso s’alzò la voce sonora d’ogni capitano che dava gli ultimi comandi. Per una corda che era attaccata alla cima dell’albero maestro della capitana (essa era posta in mezzo della linea di battaglia) si vide correr veloce all’insù la bandiera dei Doria, che vi si fermò spiegandosi e sventolando al soffio del vento, ed un urlo generale e simultaneo di tutta l’armata, salutando questo segno della battaglia, rimbombò sul mare e ne’ monti di Salerno.

I remi, ch’eran prima sospesi ed immobili, si tuffarono tutti in una volta nel mare, le galere, mosse da un solo volere, partirono insieme veloci come saette scoccate, lasciando dietro l’onda biancheggiante e agitata. Dopo la prima vela n’era intanto comparsa una seconda, ed uscivan di dietro gli scogli del promontorio di Campanella, poi un’ altra ed un’altra, infine in ispazio di mezz’ora le due armate si trovarono a fronte a poco più d’un tiro di cannone.

Filippino d’Oria, uomo di mezzana statura, asciutto, tutto nerbo, stava a poppa sulla spalla destra della galera sotto lo stendardo, luogo ch’egli doveva, come capitano dell’armata, occupare durante la battaglia; coperto d’armi splendide e dorate, non mostrava che il viso abbronzato dal sole, indurito al vento ed all’intemperie marine, e quanto ai lineamenti, vero tipo dell’ardita razza de’ marinai genovesi.

E marinajo, anzi uomo di mare perfetto, potea dirsi il nipote d’Andrea, chè alla scuola d’un tanto uomo aveva appreso a dirigere l’evoluzioni d’una armata non solo ma il corso altresì d’una galera come un semplice piloto. E se accenniamo questo suo merito, egli è perchè in quel tempo presso molte nazioni (tra’ francesi, verbigrazia) erano soventi volte eletti a capitani di guerre marittime, gentiluomini esercitati soltanto nella milizia di terra, i quali, lasciando intieramente ai nocchieri la cura delle cose navali, si riserbavan solamente la suprema direzione dell’impresa, non avendo nelle battaglie altro pensiero, fuorchè combattere arditamente alla testa de’ loro soldati, com’avrebbero fatto sugli spalti d’una rocca o d’una trincea.

Ai fianchi di Filippino erano il tenente della capitana e monsignore di Croy, mandato da Lautrec sull’armata con trecento archibusieri di rinforzo: altri uffiziali stavan in luogo meno eminente presso il primo remo di destra, che avea sette galeotti invece di cinque (e tanti ve n’ era dai due lati ai quattro primi remi dalla banda di poppa dai quali veniva regolata la voga), e sulla spalla sinistra, anch’esso al suo posto di battaglia, il proprio capitano della galera, tutti colle ciglia strette e le pupille fisse nei legni nemici, studiandone i disegni ed i moti, colla seria, tranquilla e risoluta impostatura, che gli uomini più valenti non acquistano ne’ pericoli se non dopo lunghissime prove.

Il nostromo[27] era in capo alla corsia presso la poppa con un valido nerbo sotto l’ascelle, una mezza spada larga e tagliente appesa al fianco, senza fodero, e le braccia intrecciate sul petto; avea in capo un cappello di ferro basso e rugginoso, un giaco indosso, larghi calzoni in gamba, ed i piedi nudi.

Otto, tra comiti[28] ed aguzzini, venivan passeggiando su e giù per la corsia, osservando con sguardi lenti e di traverso se ogni galeotto facesse il dovere; ove taluno rallentasse la voga, si vedean con moto rapidissimo descriver in aria la figura d’un 8 col nerbo, che cadeva fischiando sulle spalle del colpevole, ed al tempo stesso de’ suoi vicini; di torre la misura con precisione poco si davan pensiero costoro.