Tuttociò si faceva nel più alto silenzio, chè la rigida disciplina delle galee genovesi non permetteva parole quando gli ufficiali erano al loro posto di battaglia; nè s’udiva altro strepito fuorchè quello dell’onda alternatamente percossa, il gemere delle sponde sotto il pigiare de’ remi, ed il suono delle catene che s’urtavano nel rizzarsi e nel ricader grave de’ galeotti sulla loro panca.

Benchè nessuno parlasse, il nostromo tuttavia si volgeva tratto tratto guardando in viso ora il capitano, ora Filippino, quasi aspettando un comando che a quel punto gli sarebbe parso opportuno.

Per intendere ciò che or ora diremo convien sapere, che tra gli ultimi apparecchi d’una galera che si disponeva a combattere, v’era quello d’innalzare due specie di serragli, o trincere, che la tagliavano pel traverso: uno a prua dietro le artiglierie, l’altro all’albero di maestra, e venivan detti bastioni. Ognuno di questi bastioni era composto di due assiti alti sei braccia, retti da stili che si piantavano sulla corsia e sulle sponde. Lo spazio tra i due assiti, d’un braccio all’incirca, si empieva di gomene rotolate e ravvolte, e la facciata verso prua si vestiva di torciglioni di paglia. Si veniva così a fermare, o rallentare almeno le palle d’artiglieria che infilando pel lungo la galera avrebbero menata troppa strage tra la ciurma; ovvero, accadendo che nell’arrembaggio fosser saltati i nemici sul legno, si poteva di dietro questi ripari prolungar la difesa, e talvolta rannodandosi e facendo impeto ricuperar la parte perduta della galera.

Il nostromo dunque, come abbiam detto, si volse più volte a’ suoi maggiori, finchè il capitano, conosciuto il suo pensiero, disse a Filippino:

—Se Uscià crede, alzaremo el bastion de prua.—Il Doria accennò col capo di sì, ed il nostromo, dando un Oh! prolungato che avvertiva i marinai di star attenti al comando, disse: «Oh! dò trincheto! A alzar el bastion de prua!»

A quella voce sorse a prua un rimescolio senza disordine tra marinai, e si vider sorgere a un tratto gli stili, l’assito e le gomene a fasci, che si collocarono nel modo anzidetto. In cinque minuti tutto fu all’ordine, e gli uomini che avean condotto questo lavoro, ripresero i loro posti e la loro immobilità.

Un frate cappuccino, cappellano della galera, s’era intanto messa una stola, e ritto nel mezzo del castel di poppa, con un rituale in mano recitò alcune preghiere, poi alzò la mano e segnò d’una gran croce la ciurma ed i soldati, che tutti, dal Doria all’ultimo mozzo fecero il segno di croce: poi Filippino levando la voce, disse:

—Animo ragazzi, col nome di Dio.... e di S. Gio. Battista.... la giornata sarà buona.... Otto galere contro sei! guardate! guardate come vengono! Pel Santo Catino, che non prendono più di quattro palate per voga![29].

E Filippino ed i suoi ufficiali ed il nostromo sorridevan vedendo l’andar de’ remi incerto ed irregolare delle galere nemiche.