—Orsù, proseguiva il Doria, spero che ognuno farà il dovere come il solito per l’onor di Genova e in servigio del re Cristianissimo... Nostromo! Fa girar un barile per la ciurma.—
Il comando venne tosto eseguito, e gli aguzzini portarono intorno un caratello di vino, che passando ad ogni panca de’ rematori, i quali bevevano ognuno alla sua volta, produsse miglior effetto che non il pensiero d’illustrar Genova o servire il re di Francia.
—Ora, monsignore, disse Filippino al capitano degli archibusieri francesi, fate che i vostri uomini si tengan pronti, che, viva Dio, voglio che andiam a ber un bicchier d’Alicante a bordo della reale di Spagna.—
—Ce ne sera pas moi qui y ferai faute.—
Disse lietamente il francese, e volto ai suoi, dopo alcune parole per animarli, levò in alto la spada nuda gridando, com’era l’uso di sua nazione «vive le Roi!» ed a questo grido si unì quello di «viva Genova» mandato dalle genti del Doria; e più da lungi, l’altro di «viva Espana» che levavan le galere nemiche.
Le due armate s’erano intanto avvicinate a mezzo tiro di cannone; e Filippino accennando al timoniere, che teneva in lui fisso lo sguardo, e parea indovinasse ed eseguisse istantaneamente ogni suo pensiero, veniva regolando il corso della galera per giungere a porla in faccia alla reale di Spagna, non tanto diritta da esser infilata dalle artiglierie di quella, e non tanto di traverso da non poterla cogliere colle sue nella diagonale più stretta che fosse possibile. Anche gli spagnuoli cercavan questo vantaggio, ma meno esperti e men destri non si movean che a stento, e mal sicuri.
—Bombardieri, ai vostri pezzi! ed attenti!—gridò Filippino. Poi volto al capo della ciurma:
—Voga tutto![30] nostromo!—
Questi si lanciò in mezzo alla corsia col nerbo in aria gridando:
—Arranca! arranca!—