Ed il medesimo grido ripeteano i comiti e gli aguzzini, scaricando una tempesta di nerbate a dritta ed a manca sui galeotti, che raddoppiando la velocità e gli sforzi si vedeano curvar i dorsi, stender le braccia, nelle quali i muscoli enfiati parean guizzar sotto la pelle, e la galera spinta con nuova e validissima foga prese a volar sull’onda come una slitta sovra uno stagno diacciato.

Filippino era tutt’occhi. Vede giunto il momento, si getta alla stanga del timone, e piegandola egli stesso di forza fa orzar la galera, la trova al filo ch’egli voleva, grida:

—Fuoco!—

Ed un tremendo scoppio de’ cinque pezzi di prora sembra generar per incanto una nuvola densa e bianchissima che occupa un momento tutto il davanti della galera. Filippino che pel frapposto fumo non vedeva il nemico, si piegò tutto fuor della sponda e fece un gesto d’impazienza, non potendo neppur così scorger l’effetto de’ suoi tiri. Ma presto un fiato divento dissipò il fumo, e la reale di Spagna apparve piegala sul fianco pel peso del suo trinchetto, che scavezzato al calcio, era caduto parte tra la ciurma, parte nel mare. I marinai ebber però presto coll’accette troncato quell’albero affatto, e spintolo fuor del bordo, la galera si rizzò, e cominciò anch’essa a sparare, coprendosi di fumo che s’innalzava a globi densi, vorticosi, ora grigi, ora bianchi, ora per gli opposti raggi del sol cadente, dorati e trasparenti sui lembi.

—Viva Genova! e avanti, chè la reale e nostra! gridò Filippino lieto del felice principio, e di vedere i suoi legni tutti ottimamente diretti, saettar con spessissimi tiri il nemico, che anch’esso per verità rispondeva a dovere. La moschetteria tempestava anch’essa da ambe le parti, onde presto il limpido sereno del cielo rimase occupato da una caligine densa e rossastra nella quale pareva nuotasse il disco del sole sanguigno e senza raggi, come fosse di rame liquefatto.

E la capitana sempre avanti; diritta, veloce, fulminando dalla prora fuoco intensissimo, chè il Doria avea in animo, senz’andar per le lunghe, investir la reale, mandarla, se poteva, a picco coll’urto dello sperone, o prenderla all’arrembaggio.

L’aria era piena d’un tuono altissimo e continuo che non toglieva però d’udire il sibilo incessante delle palle che passavano a centinaja dai lati o sul capo, e talvolta percuotevano, scrosciando per gli alberi, l’antenne, le sponde, e ne staccavano scheggie e frantumi, senza però che sin ora avessero arrecato gran danno.

Alla fine pure una grossa palla d’un corsiero[31] s’aprì la strada con fracasso tra gli assiti del bastion di prua, e presa in traverso la galera, portò via, fracassandole, quante membra di galeotti trovò sulla sua via.

I vicini di quest’infelici, coperti dal sangue e dall’interiora palpitanti de’ compagni, che sconciamente mutilati giacevan morti, o guizzavan mal vivi e gementi sotto le panche, parvero arrestar la voga quando più importava renderla impetuosa, ed alcuni mandaron grida lamentevoli e disperate.

—Nostromo! Perdio!—