Gridò Filippino furibondo alzando la spada, ed il nostromo invelenito anch’esso s’avventò co’ suoi aguzzini verso quei disgraziati, e, non più col nerbo, ma colla mezza spada, ora di piatto, ora di taglio, menava arrabbiato su que’ dorsi nudi, gridando:
—Arranca, canaglia!.... Che v’insegno io la paura.... avanti! avanti! Tappo in bocca, tutti![32] e poi urlate se potete!....—
E colle piattonate, e co’ tagli ajutando le parole ebbe presto ottenuto che ognuno avesse in bocca il suo sughero, e si riprendesse con nuovo vigore la voga.
Filippino era sempre al timone, arrabbiando di non poter pel densissimo fumo, ed anco perchè l’aria, tramontato il sole, si veniva a mano a mano oscurando, discernere bene la reale di Spagna ed il preciso luogo ove disegnava percuotere collo sprone.
Ma la fortuna, che volea favorirlo, gli mostrò a un tratto in uno spazio di cielo, ove il fumo per un momento fu spazzato dal vento, la punta dell’albero di maestra della galera nemica, attorno al quale si ravvolgeva ondeggiante il grave pennone giallo e vermiglio di Spagna.
Ciò gli bastò per calcolare ove dovess’essere il castello di prora; volse la stanga con furia, e gridando:
—Attenti! Ad investire!—
Avviso troppo necessario affinchè ognuno si fermasse in sulle gambe e s’apparecchiasse a saltar sul legno nemico, approfittando di quel primo disordine.
Passò un minuto di terribile aspettazione, di più fitte e tremende nerbate a’ galeotti, di più rapido andare del legno, d’indescrivibile ansietà ne’ combattenti, ed alla fine accadde il gravissimo scontro, con un fremito, un crocchiar sordo ed interno di tutti i costati della galera, che a un tratto l’arrestò, quasi urtasse in uno scoglio, ficcato il suo sprone per isbieco nel castello di prora della nemica. Si gonfiò l’onda di sotto, e sorse lanciata in aria tra le due galere, in alti e candidi spruzzi; molti, ancorchè stessero in avviso, traballaron nell’urto e cadder travolti nel mare: le antenne, le sarte, i remi s’intrecciarono, si percossero, si scompigliarono rompendosi, e volando in pezzi: dalle gagge piene d’archibusieri crebbe il grandinar delle palle, e da ambe le parti, quanti potevano combattere, s’avventarono verso quel luogo, ove pel combaciarsi delle due galere era possibile, se non facile, il trapasso dall’una all’altra, e qui si accese la più furiosa e disperata battaglia ad armi bianche, a spade, a daghe, a coltelli, a pesanti e larghissime accette, un lottar sanguinoso ed ostinato, un afferrarsi, un sospingersi, un cadere, un risorgere, un avventarsi, un ghermirsi continuo, che ad ora ad ora diveniva più pauroso e micidiale per le crescenti tenebre della notte, per l’angustia e stranezza dei luoghi ove s’avean a fermare i piedi, e perla sopravvenuta agitazione dell’onde, che sollevate a poco a poco da un gagliardo levante messosi in sul tramonto, venivan alte e minacciose di traverso, ed arricciandosi cadevan impetuose sui fianchi e sulla coperta delle fluttuanti scompigliate galere.