Ad illuminare questa scena infernale serviva in parte il lampeggiar incessante delle cannonate e dei moschetti, e la luce de’ fanali posti a poppa delle galere, che all’annottar eran stati accesi, ma a questo scarso ed incerto lume un altro se n’aggiunse tosto continuo e splendente mandato da una galera spagnuola incendiata, che presto divenne come una sola e grandissima fiamma trabalzata, or alta or bassa, sul mare, dal gonfiarsi e dal comprimersi alternato dell’onde sulle quali si rifletteva, scherzando in mille guizzi il gran fuoco.
Questo legno era lontano circa cinquanta braccia dai due attaccati, e ne usciva luce vivissima, insieme colla vampa del caldo, e colle disperate ed acutissime grida degl’infelici galeotti, che incatenati alle loro panche, si sentivan rosolar le carni, senza potersi sferrare, e perivan di mano in mano con lenta e crudelissima morte, senza che i marinai o i soldati, scampati a nuoto o ne’ palischermi, si curasser di loro o pensassero ad ajutarli.
Ma nè questo tremendo spettacolo, nè il pericolo del probabile ed imminente scoppio delle polveri sul naviglio incendiato non rattenevan punto il furor del combattere sulla reale e sulla capitana, al disopra delle quali trasvolavan tratto tratto nembi di faville e di fumo fetente e denso, quale lo producon legni impeciati che ardano.
Filippino, appena ebbe condotta la galera a percuoter nella nemica, lasciato al piloto il timone, s’era avventato con Mgr. De Croy, e co’ suoi ufficiali, nel luogo ov’era più stretta la zuffa, e tutti facean bellissime prove della loro persona.
Lamberto, il quale già stava sul castello di prora col suo servo Maurizio al fianco, e con molti degli archibusieri francesi d’intorno, avea notato tra questi uno che gli s’era collocato a lato, e che invece d’aver come gli altri suoi compagni un cappello di ferro in capo, portava un morione che gli nascondeva il volto del tutto. Non ebbe però tempo d’osservare a lungo costui, che le galere scontrandosi, cominciò la descritta battaglia nella quale entrò Lamberto de’ primi. E siccome eran seco non pochi soldati che avean militato sotto il sig. Giovanni nelle sue Bande, Lamberto s’avventò tra’ nemici gridando:
—Viva il sig. Giovanni! a noi le Bande Nere!—
Quasi eccitando i suoi compagni a mostrarsi degni della loro fama: e quando gli veniva fatto un bel colpo, alcuno di costoro gridavano:.
—Evviva Sforzino!—così gli uni cogli altri si facevan animo a portarsi virtuosamente.
Dopo lungo contrasto, dopo infinite uccisioni, riuscì pur ad essi di superar il nemico, ributtarlo, e gettarsi in folla nel suo naviglio, e qui crebbe, se pur potea crescere, l’accanimento ed il furore nel disputar palmo a palmo il cassero della galera, che lubrico pel sangue, barcollante per l’agitazione del mare, parea ogni tratto sfuggisse di sotto i piedi de’ combattenti, ora sospinti e serrati gli uni sugli altri, ora divisi, sbalzati, capovolti spesso fuor delle sponde, ove molti, dal peso dell’arme, dai ripercossi flutti, eran tosto cacciati al fondo, molti morivan feriti sul capo da quelli che ne’ palischermi attendevano a finire i nemici, e trarre gli amici dall’acqua, ed alcuni pochi riuscivan pure, afferrandosi ad una prora, ad un remo d’una qualche barchetta a campare; ed i concavi, i dorsi dell’onde si vedean pieni di barche sbalzate dai cavalloni, di nuotanti, di cadaveri, di mezzo sommersi, di frantumi di tavole e di remi spezzati; chè la fiamma della galera incendiata rischiarava tutto d’intorno d’una luce vivissima e vermiglia.
D. Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, dopo aver fatto ciò che può farsi per difender il suo naviglio, e conosciuto ch’egli era vinto e disfatto senza rimedio, sdegnò arrendersi, e deliberò morire, ma far costar cara la sua morte al nemico. Circondato da’ suoi gentiluomini, e dai capitani delle sue milizie, tra’ quali era Cesare Fieramosca (fratello di Ettore) Don Pietro Urias, Antonio Colonna, il M. del Guasto, e molti altri, fece testa dietro l’albero di maestra presso la stanga del timone, e chiuso in uno scintillante arnese damascato, coperto di una rotella, col Toson d’oro sul petto, aspettò l’ultimo assalto delle genti di Filippino, che affollate e ruinose, per la corsia gli si serrarono addosso.