Lamberto s’avventò per essere il primo a ferire, ma senza ch’egli sapesse come, gli passò innanzi quel soldato dal morione, ch’egli sempre s’era trovato vicino (e spesso gli avea porto ajuto durante la battaglia) e che a questo punto, percosso tutt’in un tempo da molti colpi, cadde, e sospinto si rovesciò fuor delle sponde nel mare. Parve a Lamberto ch’egli cadendo gridasse il suo nome, ma ravvolto com’era tra’ nemici, intronato il capo da tanto frastuono e tanti gridi, neppur fu certo s’egli avesse realmente udito chiamarsi, o se fosse stata immaginazione. Ed intanto (per non allungarla troppo) era stato dopo breve, ma asprissimo contrasto, disfatto e sciolto interamente quel nodo di spagnuoli. Morto il vicerè, il Fieramosca, e quasi tutti coloro che aveano a quel disperato modo tentato prolungar la difesa, la reale di Spagna era venuta in potestà de’ Genovesi, che abbattuto lo stendardo di Castiglia v’alzarono invece la croce di Genova tra mille lietissime grida di vittoria.

E ad ottenerla avean cooperato non poco le galere che mandate in alto dal Doria prima che cominciasse il conflitto, eran tornate alle spalle degli spagnuoli, tempestandoli colle artiglierie. Una palla tra l’altre avea in sull’ultimo percossa e sfondata la reale un palmo sott’acqua, onde non appena furono i Genovesi padroni di essa; non appena Lamberto avea avuto tempo di ricever la spada d’un gentiluomo spagnuolo, il conte d’Aguilar, che egli s’era dato prigione, quando s’accorsero che la galera si veniva affondando.

Filippino comandò alle sue genti d’uscirne, e si può credere che fu ubbidito senza ritardo. Parte si gettarono ne’ palischermi, parte riuscirono ad arrampicarsi alla prora della capitana, ed in pochi momenti il naviglio fu vuoto d’uomini liberi, ma i galeotti vi rimasero, nè v’era forza umana che valesse a salvarli. Eran già nel mare sino alla cintola e dall’interno della galera, dalle parti basse e cave della carena, l’aria cacciata dall’acqua sopravvegnente, usciva con un suono cupo, quasi un lamento (direbbe un poeta) del naviglio che si sentiva sommergere. Ma ben altri lamenti (e pur troppo qui non era poesia) ben’altre grida mandava la sventurata ciurma, parte cercando con tremendi ed inutili sforzi strappar le catene, parte divincolandosi, gettando qua e là la persona, molti piangendo e gridando misericordia, i più urlando bestemmie e maledizioni: e l’acqua sempre cresceva.

Poco stante venne un’ondata, e dove prima si vedean le sponde, la poppa, lo sprone della reale, le teste, le braccia tese della disordinata ciurma, più non si videro che candide e gorgoglianti spume. Avanzavan gli alberi; chè anch’essi in un baleno entrarono e si nascoser nel mare; e nel punto medesimo un orrendo ed istantaneo scoppio, unito ad un baleno di luce bianchissima, sconvolse ed intronò il mare, i monti, l’armata, e lasciò il tutto in profondissime tenebre. Poi, dopo un momento, un piover per tutto di travi, di legni, di ferri stiantati, di membra d’uomini, di mille frantumi, che cadder nell’acqua o sulle galere, ammazzando e storpiando Dio sa quant’altra gente, e producendo mille mali, e poi un silenzio attonito e pauroso, nel quale più non s’udiva che il sibilo della bufera tra le sarte e le antenne, e lo scrosciar dell’onde che battevan le navi, o mugghiavan lontane nelle scogliere del lido...

Lamberto, dopo questo fatto, venne mandato all’esercito di Lautrec. Vinto e disperso questo, andò in Puglia con Renzo da Ceri, poi, quando fu posto a Firenze l’assedio, deliberò correre tosto ad ajutar la difesa, e non senza difficoltà riuscì pure ad entrare una sera in città: giunto, col cuore che gli batteva, come può credersi presso la casa i Lapi incontrò Laudomia nel modo che già abbiamo riferito.


CAPITOLO XV