E qui il povero vecchio dovè tacere un momento per riavere il respiro.
S’alzò: andò ad un forziere, l’aperse, prese una carta, ritornò verso Lamberto, e gliela porse.
—Eramo qui una sera per andarcene a letto: fu picchiato: entrò il Ferruccio, e per parte del gonfaloniere mi diede questa lettera: leggila....—
Lamberto lesse. Il suo viso, che prima s’era fatto rosso e quasi violaceo, diveniva a mano a mano pallido.
—E tutto ciò era vero?—disse alla fine.
—Era vero. E qui Niccolò gli narrava, come essendo salito alla camera delle figlie avesse trovata la Lisa col bambino, e poi tutto il rimanente che il lettore conosce, sino all’ultimo caso di quella sera istessa: e Lamberto ascoltò sino in fine senza interrompere, senza dar segno nessuno di ciò che provava nel cuore: soltanto il lembo d’una panziera di maglia che (stando egli seduto) pendeva lungo gli stinieri di ferro, li faceva risuonar tratto tratto, e n’era cagione il tremito convulso che egli provava in tutte le membra.
Quando Niccolò ebbe finito di parlare, rimasero muti tutti e tre per alcuni minuti.
Lamberto entrando con Laudomia in casa s’era fatto dare dal suo famiglio un involto e la spada che avea ricevuta da Andrea Doria, ed avea deposto il tutto sulla tavola accanto a Niccolò. A questo punto, rizzatosi, aperse l’involto, e trattane una catena d’oro, poi alcune carte, che eran benserviti tutti in sua lode, di Filippino e d’Andrea Doria, ed una tratta di cambio per la taglia del conte d’Aguilar che aveva fatto prigione nella battaglia di Salerno, tenne la spada e le carte in mano un momento, poi gettando a terra ogni cosa, disse, scrollando il capo con un sorriso sinistro che fece agghiacciar Laudomia:
—M’eran costate gran catinelle di sangue!.... alla fediddio, ch’egli è stato bene speso!....—
Spiegata poi una cartolina ne trasse un gambo di rosa inaridito con alcune foglie secche, le gettò nella fiamma, che l’ebbe divorate in un momento, e disse tra se stesso fremendo: