Smanioso d’uscir del tutto di questa angoscia, e con un’impaziente speranza che le parole del frate avessero a sollevarlo interamente fu tosto alla porteria del convento. Per l’ora tarda durò fatica a farsi aprire; pure nominatosi, fu messo dentro, ed in pochi momenti si trovò nella cella di Fra Zaccaria da Fivizzano.
—Son io, son Lamberto! disse al frate attonito che un uomo tutto coperto di ferro, venisse con tant’impeto a quell’ora nella sua cella. Sono scavalcato in casa i Lapi, sarà un’ora.... So tutto.... Niccolò, povero vecchio, egli stesso m’ha narrato della Lisa.... Iddio vuol così!.... Ma so che avete a parlarmi, che foste voi a chiuder gli occhi alla povera mamma mia.... perdonatemi s’io son venuto a darvi disagio a quest’ora.... ma non ho potuto aspettare a domani. Oh! consolatemi, chè n’ho mestieri! Ditemi che mi benedisse, che non mi chiamò sconoscente, che mi perdonò d’esser lontano! Oh, parlate, per l’amor di Dio!...—
—Lamberto, rispose il frate abbracciandolo, tu sei un giovin dabbene, e questi tuoi timori ne fanno fede. Ora chetati: la Nunziata era madre: ma era madre animosa, e t’amava per te, e non per se stessa. Sì, ti benedisse, e ben lungi dal far sinistro giudizio sul fatto tuo, mi disse che moriva contenta vedendoti sulla via di divenir un valent’uomo ed un uom dabbene. Se Iddio, mi diceva, vuol negarmi il conforto d’averlo qui ora accanto al mio letto, sarà forse pel nostro migliore; sarà meno amara quest’ultima dipartenza, ed egli vorrà sciogliermi così d’ogni pensiero di quaggiù onde mi volga tutta a lui ed ai pensieri dell’anima. Due ore prima di passare, (era la sera sull’imbrunire) mi chiamò, e mi disse: Fra Zaccaria, tirate in qua quel deschetto, sedete qui al capezzale, e scrivete quattro parole ch’io ho in animo di far avere a Lamberto mio. Lo conosco: avrà bisogno di conforto per più d’un verso. Io scrissi e suggellai il foglio. Poi soggiunse, sento che mi si va spegnendo il anelito: un altro poco, e non potrò più parlare: quest’ultimo fiato che m’avanza sia per Lamberto mio, e stesa la mano tremula, come tu fossi stato ivi presente e ginocchioni e te la ponesse sul capo, aggiunse: «Ti prego, Dio onnipotente, di benedire il figliuol mio com’io lo benedico: fallo buono in questa vita, e beato nell’altra.» Non potè dir altro. Non parlò più, e passò tranquilla e serena.—
Lamberto fin dal principio di questo discorso piangeva come un bambino; Fra Zaccaria gli porse il foglio, che il giovine baciò mille volte, ed ebbe in un momento reso tutto molle di lagrime.
—Piangi, che n’hai ragione; diceva il frate commosso; piangi Lamberto, che nessun amore vale l’amor d’una madre, e quando la morte l’ha spento niun altro lo compensa. Ma che dich’io spento? egli è fatto più puro, più ardente in quell’amore immenso che tutto vede, che numera le nostre lagrime, per volgerle poi in altrettanta allegrezza. Essa t’ama lassù in paradiso, quanto t’amava in terra, e più se fosse possibile; essa compatisce questo tuo dolore, t’è grata di questo pianto.—
—Ah! ch’io fui uno sciagurato, esclamava Lamberto raddoppiando i singhiozzi, dovevo prevederlo, essa, poveretta, mi lasciò partire perchè... pensava a me solo..... a vedermi contento..... ma io dovea prevederlo.... a lasciarla così sola.... chè la malinconia, il timore de’ rischi ne’ quali m’avvolgevo.... dovevo pur saperlo, che non avrebbe potuto durare a questa passione continua, che il dolore l’avrebbe uccisa!—
—Ascoltami Lamberto. Accade talvolta nel risolvere un partito che in qualche modo si cade in colpa. Se a te paresse d’aver fallato, non sia mai ch’io ti ritragga dal sentirne dolore, e dal chieder perdono a chi meglio di noi conosce il cuor nostro. Ma per quel ch’io so di te, e della mamma tua, per quell’autorità che dalla Chiesa si comparte a’ suoi ministri, ti dico di non affannarti più oltre con questi timori. Io ti fo sicuro del cuor di tua madre, ed in quel foglio ne troverai miglior riprova che non sono le mie parole. Ora dunque datti pace.—Lamberto intanto impaziente di leggere lo scritto della madre s’era accostato al lume spiegando il foglio, ma Fra Zaccaria gli disse:
—Non ora, figliuolo, chè non è lecito l’intrattenersi in convento a notte avanzata, e poi, sarà forse meglio che solo, ed in quiete, tu faccia codesta lettura. Come poi abbi dato convenevole sfogo a codesta tua giusta passione, taccia ogni pensiero de’ tuoi mali privati, a fronte del grande e virtuoso pensiero della patria: essa ha mestieri di uomini forti e non inviliti dal pianto. Le tue forze, la tua vita, non tua ma di questa città, non si disperdano inutili, mentre è tempo d’usarle in suo benefizio. Lamberto! coll’arme in mano, a fronte de’ nemici.... là ti vuole Iddio; là, tua madre dal cielo t’addita il tuo luogo! Combatti e muori per la libertà di questo popolo; e renderai più onore alla memoria di essa che non con un mare di lacrime. Oh figlio! Iddio nell’ira sua ha rammentato i peccati de’ nostri padri.... il grido delle nostre iniquità è salito fino al suo trono.... debbon esser lavate, lavate col sangue. Ora va, chè a quest’ora nessuno di fuori dovrebbe trovarsi in convento: e già troppo sei soprastato.—
Le fiere parole del frate, tanto simili a quelle udite poco innanzi da Niccolò, e che parevano quasi racchiudere una rampogna, fecero levar il capo al giovine. Una vampa di caldo gli salì alle gote, strinse la mano a Fra Zaccaria, e nel guardarlo, un baleno di sdegno gli corse tra ciglio e ciglio: ma rimessosi tosto, gli disse:
—Io avevo bisogno de’ vostri conforti per quanto s’attiene alla mamma. Iddio vi rimeriti, che per le vostre parole son tornato in vita. Ma quanto alla patria, io son Fiorentino, e posso dir d’esser dei Lapi!.... Addio Fra Zaccaria, il resto ve lo dirà chi avrà tra qualche giorno vedute l’opere mie.—