Uscì così dicendo. Quando fu di nuovo in piazza S. Marco si fermò, ed alzate le mani al cielo, disse: «Dio, ti ringrazio!» Gli parve sentirsi salir dal petto più libero il respiro, scorrer più spedito il sangue, e star più franco sulle ginocchia. Ma quel foglio che teneva in mano voleva leggerlo, e tosto, ed esser solo, che nessuno venisse ad interromperlo. Era un bujo grandissimo (allora in Firenze non eran lampioni, ora sul tardi si spengono ma pur vi sono. È sempre un progresso) si guardò intorno se apparisse da lungi la lampada di qualche madonna. Vide il chiarore di quella che è sul canto di via Larga, e che v’era anco in quel tempo.
Quantunque racchetato in gran parte per le parole del Fivizzano, pure una voce interna e severa non restava d’accusarlo dicendo: «Gli uomini t’assolvono, ma Iddio vede che in cuore ti nacque però il dubbio di far errore lasciando tua madre! Prevedesti possibile ciò che è avvenuto pur troppo! Eppur partisti!» Si sentiva bisogno d’una espiazione: ed il dolore amarissimo del tradimento della Lisa, gli si mutava, per dir così, in altrettanta dolcezza pensando «questo castigo m’è dovuto!» e pregava Iddio, dicendo: «se mai per effetto dell’umana fragilità la povera mamma fosse rattenuta fra quelle anime che ancora non sono ammesse alla visione divina, accetta le mie pene in di lei suffragio, fa patir me solo in questa vita, e rendila felice nell’altra!» Poi pensando a quel foglio desiderava trovarvi qualche comando, arduo, doloroso; e qualunque potesse essere, si disponeva ad eseguirlo scrupolosamente con gioja, con quell’impeto proprio d’un’anima incapace di venir a patti col dovere, colla coscienza, incapace di soddisfarsi co’ palliativi, e spinta per natura sua a cercare in ogni azione ciò che la virtù ha di più grande.
La parte migliore, più nobile del suo cuore provava questi affetti, formava questi propositi: ma nell’altra più inferma, ove trovan sempre ricovero le passioni, benchè domate, si racchiudeva pur sempre come in una trincea l’immagine dei suo amore perduto, pronta ad uscirne ove appena trovasse libero il campo.
Egli era giunto intanto a portata della lampada. Aprì il foglio, lo baciò, e principiò a leggere. Diceva così:
«Sono parecchi mesi ch’io non so più nulla del fatto tuo. Ma Iddio non vorrà che sii capitato male. Tu tornerai, e non troverai più mamma tua, che a Lui non piacque ch’io t’aspettassi se non in paradiso, e tanto spero dalla sua misericordia. Ora mi vien meno la vita: poche parole dunque. Tieni a mente, figliuolo, che il tuo primo debito è verso il nostro signore Iddio e la sua santa Fede: poi verso la tua patria: nell’amore di essa è racchiusa ogni virtù, che i virtuosi cittadini, e non altro, fanno le città felici e potenti» (questi pensieri, che forse al lettore parranno superar l’ingegno d’una contadina, s’erano impressi nella mente della Nunziata nel suo praticare in casa di Niccolò.) «Ricordati sempre del babbo, e della mamma tua, che s’ingegnò allevarti onoratamente secondo le sue povere facoltà, e non potendo lasciarti di molta roba, ambedue ti lasciarono, la Dio mercè, un buon nome, tantochè non t’abbi mai a vergognare di loro: e per quanto s’appartiene a te, fa in modo che pei tuoi portamenti sia benedetta sempre la loro memoria. Se Iddio ti vorrà salito a maggior fortuna, non ti levare in superbia, e rammentati, che anche tu sei nato di poveretti. Ama e soccorri dunque i poveri, e de’ ricchi tieni quel conto che è dovuto, e non più. Della Lisa io ne feci sempre giudizio, quale venne poi raffermato dai fatti. Fin dal principio, lo sai, codesto tuo amore non mi finiva di piacere. Pure non ti volli contristare. Ora Iddio te ne ha sciolto, conosco di quanto dolore ciò ti sarà cagione, ma ho ferma fiducia che tutto quanto è accaduto sarà per tua gran ventura. Io te lo dicevo pure, che la Laudomia era il fatto tuo! Ora, non per comando, ma per consiglio, ti conforto quanto posso a porre in essa il tuo amore. Prego Iddio che la faccia tua moglie; nè saprei qual maggior bene desiderarti. Addio, figliuol mio buono. Troppe cose vorrei dirti, ma la lena mi vien meno. Che tu sii benedetto nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito santo.»
«La mamma.»
E questa firma avea con grande stento voluto pure scriverla essa di sua mano.
Chi potrebbe dir con parole la piena d’affetti che innondò il cuore del povero giovane a questo punto? Se, o lettore, avesti madre, che per una intera vita non abbia pensato che al tuo solo bene, non abbia avuto cuore che per istudiar di giovarti, se essa fu il tuo conforto, la tua guida, la tua provvidenza, e se questa madre tu l’hai perduta, non hai bisogno che ti si spieghi ciò che dovè provare il cuor di Lamberto leggendo quel foglio. Se invece Iddio non te la tolse, nessuna spiegazione potrebbe bastare. Possa il supremo tra i dolori esser per te lungamente un mistero!
Suonava la mezzanotte alla torre di Palagio, e Lamberto era immobile nel luogo stesso, ginocchioni col capo appoggiato al muro:, e dopo un pianger lungo e dirotto, ripensando quanto di soave, di tenero era in quel foglio, sentiva cessar a mano a mano la procella che l’aveva agitato, e spandersi nel cuore una pace, una tranquillità mesta bensì, ma rassegnata confidente. Incapace poco innanzi di riflettere e di risolvere su nulla, ora invece a poco, a poco, quasi al diradarsi d’una tenebrosa caligine, cominciavano le virtù dell’anima a poter discernere, combinare le idee. Di tanti affetti impetuosi, uno solo rimaneva vivo e potente, quello di seguire in tutto i voleri, i consigli della madre. Darsi alla virtù, alla patria, a Laudomia.
Ma poteva egli sperare d’aver così tosto ad offrirle un cuore libero e degno di lei? Sospirava agitato da questo dubbio, che a quel punto, meno che mai, gli era possibile conoscer sè stesso, i suoi affetti, i suoi desiderj. Prevedeva una vita d’affanni e di travagli, ma togliendosi tosto dal volerli conoscere o numerare, e risoluto d’incontrarli, qualunque fossero, trovava finalmente riposo nell’idea consolante d’un santo dovere adempiuto. Si preparava a soffrire con quella prontezza e quella gioja che la religione sola può dare, perchè essa sola è potente abbastanza sul cuore dell’uomo per convincerlo che il soffrire è un bene; essa sola invece d’insegnargli a fuggire il dolore, o a sopportarlo con superba ed impaziente rassegnazione, gli apprende ad esserne lieto ed a trovarvi un guadagno. Essa sola è guida e compagna all’uomo nei giorni della sventura, e riporta il vanto d’impedire ch’egli divenga un istrumento inutile o dannoso all’umanità.