Questo sentire, che tolse Lamberto dal buttarsi al disperato, e lo rese invece, come si vedrà in appresso, un operoso e forte cittadino, dominava il suo animo, perchè gli uomini di quel secolo ottenebrato pur troppo di tanto sangue e tanti delitti, ignoravano però quello di negar fede a tutto, fuorchè all’oro ed ai diletti che si compran con esso.
Aveano, è vero, odj, amori eccessivi e furibondi, ma ciò appunto, perchè credevan vi fosser cose che meritassero o gli uni o gli altri. Il soffio avvelenato dell’indifferenza, del dubitare, ammesso come un, principio, non aveva agghiacciato quei cuori: essi poteano palpitare liberi e sicuri, per quella fede che s’aveano scelta, poteano sagrificar tutto per seguirla e farla trionfare, potean dire colla fronte levata: «Noi crediamo che al mondo vi sian cose più alte, più degne, più stimabili delle ricchezze, de’ comodi, de’ piaceri» senza il sospetto che l’ironia rispondesse alle loro parole, che il loro nobile sacrificio venisse accolto col sorriso dello scherno e della compassione.
Fortuna per Lamberto di non esser nato 300 anni dopo, e per conseguenza di non aver avuto la tentazione d’imitare certi eroi che la letteratura moderna sembra offrirci quali modelli di fortezza, di pensar magnanimo e di ardito operare.
Colpito dalla sventura, tradito ne’ suoi affetti più cari, avrebbe pensato che la vita è un viaggio senza meta, la virtù un’illusione, il praticarla una fatica senza compenso; avrebbe veduto nell’umanità un branco di vili o di scellerati, nella morte il termine del soffrire, e dopo la morte il nulla.
Forse si sarebbe ucciso, forse si sarebbe scagliato come una fiera sugli uomini, sarebbe divenuto scellerato per vendicarsi di loro; avrebbe adorato come suo idolo il superbo diletto di calpestarli, ed infine avrebbe detto a se stesso: «io solo sono generoso, io solo sono potente contro la sventura, io valgo più di tutti!»
Ma egli non ebbe questi pensieri, che era ancor lontano quel secolo in cui la poesia e le lettere doveano chiamar magnanimo e forte chi è vinto dalle passioni: debole e dappoco chi n’è vincitore.